L’ultima estate – Recensione

… Camminare eretti e parlare, due facoltà che hanno fatto della scimmia un uomo: io le sto perdendo entrambe. Restano l’inutile pollice sovrapponibile e l’insopportabile coscienza di me …
Autore: Cesarina Vighy
Pagine: 190
Anno: Edizione del 2009
Casa Editrice: Fazi Editore
Disponibilità: Libro Cartaceo e Versione Digitale
Dove acquistarlo: Fazi Editore

Fazi Editore invitò a scaricare in omaggio dal proprio sito questo libro durante il lockdown del 2020, quando ancora si sperava fosse il primo e l’ultimo. Lo regalò mentre ce ne stavamo chiusi tra quattro mura come Z, la protagonista di questo romanzo bellissimo, mentre parla della sua malattia da una stanza d’ospedale con uno stile elegiaco. Forse la casa editrice l‘ha fatto apposta, mi piace pensarlo. Magari ha ideato questo omaggio in un momento in cui l’eleganza e la malinconia di Z, e il suo rapido approssimarsi alla morte, avrebbero potuto rendere meno triste il confinamento di tanti di noi in cui, tutto sommato, trascorrevamo il tempo comodamente, leggendo persino più del solito.

Z dalla sua finestra d’ospedale osserva un piccolo spazio di mondo, minuscolo, ma lo riempie con i suoi pensieri: riflessioni profonde su temi che non desterebbero la stessa curiosità se visti in uno spazio più ampio, in una vita normale tra casa, lavoro e uscite con amici. Come la collaborazione di uccelli di sesso femminile per la costruzione di un nido dove una di loro possa deporre le proprie uova. Z ripercorre anche la sua vita durante l’ultima estate che scandisce i pochi giorni che restano della sua esistenza, mentre si appresta a concludersi. Così che leggiamo come sua madre sognava di sposare uno zingaro che la portasse via con sé per lavorare in un  circo. Fu una madre ingenua che a quindici anni credeva ancora che i piccoli li portasse la levatrice del paese, nella sua valigetta speciale, mentre si muoveva in fretta e furia tra le abitazioni delle famiglie in attesa del proprio piccolo. Leggiamo del padre avvocato che sposa la madre dopo una serie di eventi stravaganti che ricordano le vecchie pellicole italiane, le migliori, come quelle con protagonisti i grandi Marcello Mastroianni e Sofia Loren. Non tanto per la storia d’amore in sé, ma per la bellezza di come viene narrata. Il libro mi ha pertanto ricordato una vicenda del grande cinema italiano, ma raccontata con un’ironia elegante, un piacere per gli occhi e l‘intelletto ammaliati da una prosa intelligente, sopraffina e di una rara bellezza.

La narrazione si alterna tra una voce esterna che descrive il male di Z in corsivo e il racconto di Z stessa in prima persona. Due visioni dello stesso dolore, triste la prima, rassegnata la seconda. La voce a volte giudica Z, si burla di lei, delle sue riflessioni descritte in modo spietato come se fossero patetiche. Poi la voce va via e resta la nostalgica Z che continua a raccontare la sua vita: interessante, ricca di personaggi strani mentre sullo sfondo si alternano le affascinanti Padova, Venezia e poi Roma, in tutto il loro splendore. Un libro con un protagonista bohémien dalle atmosfere vintage scritto quando questi termini non erano una moda ma pura bellezza. Segue invece la moda della seduta di psicoanalisi di quei tempi ma lo fa a modo suo, con quell’ironica eleganza citata qualche rigo fa.

Il romanzo racconta anche il viaggio della famiglia di Z alla scoperta delle tre città, in fuga dalla persecuzione fascista perché il padre avvocato/Mastroianni è anche un sovversivo che fa propaganda antifascista. Z ricorda e racconta anche la sua infanzia e l’adolescenza, con il padre assente, la madre troppo presente, aneddoti che mantengono sempre alta l’attenzione sul testo, come un aborto abusivo in una casetta losca e infelice. Pallida, seduta ingloriosamente sul bidè, non sembravo certo una regina ma quando, improvviso, sgusciò fuori dal mio corpo una specie di bambolotto piccolissimo, nerastro, imbrattato di sangue, sentii per la prima volta la solennità della morte. E poi un matrimonio, la figlia, e tanto altro, tutto interessante, anche se in fondo i fatti sono meno importanti delle frasi che li descrivono.

Tutti ci davano al massimo uno o due anni per arrivare al divorzio. Invece, siamo ancora qui, insieme, dopo quarant’anni. Miracolo? Ai miracoli non credo. Piuttosto, al di là della stima, l’affetto, l’amore, si crea spesso un legame inestricabile, una simbiosi, tra oscuri bisogni che cercano, e spesso trovano, un sollievo, una compensazione in quelli dell’altro. Ora so cosa cercavo io. Un alibi. Un alibi che giustificasse il mio scarso successo, il mio negarmi alla creatività, alle buone frequentazioni, alle amicizie, alle novità.

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