Il sindacato dei poliziotti yiddish – Recensione

… Si odiarono a prima vista, di quel grande odio romantico che nei maschi tredicenni risulta indistinguibile dall’amore, o è quanto di più simile possano provare …
Autore: Michael Chabon
Pagine: 398
Anno: 2007
Casa Editrice: Rizzoli
Disponibilità: Libro Cartaceo e Versione Digitale
Dove acquistarlo: Rizzoli

Chabon è uscito due volte dalla sua zona di conforto -una particolare narrativa generale-, perlomeno considerando tutti i suoi libri che ho letto fino adesso. La prima volta, con il suo romanzo d’avventura Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay ha vinto il Pulitzer nel 2001, e la seconda con il poliziesco ucronico Il sindacato dei poliziotti yiddish ha vinto il premio Hugo nel 2008. Questo dimostra la bravura di Chabon, scrittore camaleontico considerato tra gli autori statunitensi più importanti in vita e a cui dedicherò presto un post. Qui per il momento segnalo Il sindacato dei poliziotti yiddish, la sua opera secondo me più complessa, che ho pensato di mollare un paio di volte, ma che ho concluso perché lo stile spassoso di Chabon ha avuto la meglio sulle parti che mi hanno innervosito quasi quanto le paraonie di Wallace nel suo Infinite Jest.

Il romanzo come accennato è un poliziesco ucronico che si basa sulla premessa che lo stato di Israele sia stato distrutto nel 1948 e che tutti gli ebrei si siano rifugiati in Alaska, a Sitka, città buia e depressiva in cui si parla lo Yiddish. Su questa premessa, la storia ruota intorno alla morte misteriosa di un eroinomane appassionato di scacchi e alle rispettive indagini guidate da Meyer Landsman, detective alcolizzato del distretto di polizia di Sitka. Inizierò parlando di quello che mi è piaciuto del romanzo.

Landsman è un personaggio carismatico che attrae tutta l’attenzione del lettore, come capita spesso con i caratteri ideati da Chabon. Si tratta di un detective bizzarro, un incrocio tra Jeffrey Lebowski e Henk Chinaski alle prese con la legge, un disadattato con problemi d’alcool e con un lavoro che sembra abbia iniziato per sbaglio, per mancanza d’altro, ma che stranamente gli riesce bene. Landsman ha manie strane e comportamenti bislacchi, per esempio rimane scioccato quando si liberano del divano lercio del commissariato dove lavora, unico lato positivo di un’occupazione che lo deprime anche perché il suo capo è l’ex moglie. La narrazione è esilarante e Chabon, dietro il suo sarcasmo, regala una storia di spionaggio ben articolata e con un finale degno dei migliori polizieschi letterari. La vicenda è ricca di aneddoti aspri ma godibili; l’atmosfera è sempre buia, con giornate prive della luce del sole, e provoca una profonda malinconia; i dialoghi sono a volte gelidi e si combinano con armonia con il clima duro di Sitka. Il fascino degli scacchi e il lato bigotto dell’ebraismo inoltre accompagnano il lettore in questa storia a tratti difficile da seguire ma in generale piacevole. 

L’opera presenta vari punti che non ho apprezzato come introdotto all’inizio di questo post. Il romanzo ha un’infinità di nomi difficili da memorizzare che mi hanno fatto addirittura rimpiangere le giornate perse a ritenere i nomi di Cent’anni di solitudine, e troppe parole Yiddish che spezzano la fluidità della lettura. Trovo inoltre che il romanzo avrebbe mantenuto la stessa ilarità nello stile e gradevolezza della storia con una cinquantina di pagine in meno, eliminando molti dialoghi che non apportano nulla alla narrazione. A parte questo è comunque una lettura che consiglio, ma dopo aver letto i capolavori di Chabon, tra cui il già citato Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay, Wonder Boys e Telegraph Avenue. Ho deciso di parlare del romanzo di Chabon che più si discosta dai miei gusti letterari per uscire dalla mia zona di conforto, proprio come ha fatto lui. Chabon ha vinto un premio letterario con la sua opera, e io nel mio piccolo spero di aver incuriosito qualcuno con la mia breve recensione. Delle opere letterarie dell’autore statunitense che preferisco parlerò presto. Stay tuned… 

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