V. M. 18 – Recensione

… Oltre a essere assolutamente malfatta, la mia insegnante aveva un difetto all’esofago, che le provocava eruttazioni continue minandole l’alito. Diveniva in tal modo difficoltoso ascoltarla, perciò mi munivo di fogliette di menta, che inserivo nei nasali orifizi per sopportarne lo stomachevole olezzo …
Autore: Isabella Santacroce
Pagine: 491
Anno: 2007
Casa Editrice: Fazi Editore
Disponibilità: Libro cartaceo e versione digitale
Dove acquistarlo: Ibs

Oggi dedico un post a un’altra autrice “cannibale”, appartenente a quel movimento letterario italiano che tanto mi piace e di cui ho parlato varie volte. Il mio post principale sul cannibalismo si può leggere qui. Chiusi quell’analisi dicendo che avrei letto presto gli ultimi cannibali che non avevo ancora avuto modo di conoscere: Isabella Santacroce e Aldo Nove. Oggi presento la recensione di V. M. 18 della Santacroce di cui parlo solo perché era una promessa fatta più che altro a me stesso in onore a quel bellissimo movimento letterario. Questo romanzo mi ha difatti deluso, a tratti infastidito, e tanto.

Parto da una delle poche componenti positive che ho trovato nel libro: lo stile dell’autrice, che scrive con un’invidiabile armonia, regalando una prosa fluida, a tratti elegiaca, aiutata anche dal sovente uso dell’aggettivo prima del sostantivo.

Vestiva con accuratezza, prediligendo indumenti dalla casta apparenza, a cui mai dimenticava d’aggiungere qualche pomposo accessorio, e usava acconciare i capelli servendosi d’appuntite mollette, che conficcava in mezzo alla chioma quasi tentasse d’ucciderla.

Lo stile oltre a essere elegante è alternativo. Il romanzo è ricco di frasi brevi, elenchi, ridondanze ricercate che non disturbano la lettura, degne del miglior Bret Easton Ellis. Cito l’autore statunitense perché anche con lui vissi una lettura che ho rispettato per la bravura dell’autore, ma che è stata molto molesta. Riprenderò il confronto con Ellis più avanti, quando introdurrò l’aspetto a mio avviso peggiore dell’opera. Un’altra componente positiva del romanzo, l’ultima, che tra l’altro mi ha incoraggiato a completare la lettura del libro, è che l’autrice ha portato così tanto la violenza e il sesso estremo a livelli molesti, da riuscire a trasformare il tutto in una storia surreale, improponibile nella realtà, dando il messaggio che è tutta una farsa architettata per provocare e stupire. Questa componente è evidenziata da elementi fantastici secondari per la storia, come i cervi volanti solo menzionati di tanto in tanto, usati appunto per sottolineare che è tutto pura fantasia, un mondo inventato per dimostrare il coraggio di proporre qualcosa di nuovo e scritto abilmente. È stata una lettura contradditoria che consiglio a chi desidera qualcosa al di fuori dagli schemi, con tanta violenza e sesso esasperato, ma che sconsiglio vivamente a chi potrebbe turbarsi e non ha voglia di efferatezze, sì inverosimili, ma pur sempre importune, fin troppo.

Non ho citato volutamente nulla sulla storia che in realtà non c’è. O meglio c’è ma è così inutile al confronto di quella violenza esagerata appena citata, che non vale la pena neppure conoscerla. Il libro è tra l’altro voluminoso e sarebbe stato lo stesso, sia per stile che per contenuti, con un centinaio di pagine in meno. Difatti credo che si possano saltare interi paragrafi di torture e rituali con frasi bislacche già lette magari 20 pagine prima, senza immutare la storia e snaturare lo stile. Torno ora al confronto con Ellis. Ho iniziato a leggere il romanzo della Santacroce con lo stesso entusiasmo e apertura mentale che ho dedicato ad American Psycho, ma l’ho concluso schifato come quando ho visto Hostel, anzi di più. Torture raccontate in modo espicito, sesso di minorenni persino con animali, incesti, feti dati in pasto ad animali senza regalare nessuna introspezione, o celare nessun messaggio. Al di là della brutalità ho difatti trovato il nulla.

Ellis dietro la molestia di American Psycho regala una critica feroce al consumismo e al neoliberalismo americano, e lo fa maledettamente bene. Alla fine di V. M. 18 mi sono sentito vuoto, incredulo, sfinito per quello che avevo letto e per quello che mi aspettavo di leggere prima o poi, ma che non ho trovato. C’è solo un messaggio sulla mancanza d’amore che giustifica gli scempi della protagonista che si può intravedere di tanto in tanto, ma è troppo debole e infantile. Peccato.

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