Oggi segnalo altri sette libri di autori britannici di cui ho parlato sul mio profilo Instagram, @mia_nonna_fuma.
In questo post troviamo quattro autori British ormai immancabili tra le mie letture: Coe, Smith, Niven, McEwan; e due nuove entrate: il nobel Lessing, e l’alternativa Bradley. Li conoscevate?
| C’è una band misteriosa che fa da sfondo a una storia che sembra uscita dalla mente dei fratelli Coen (quelli buoni del grande Lebowski). Poi la storia si sposta su un amore sfigato raccontato con un’ironia brillante, e si evolve in un dramma familiare al limite del thriller. Quanto mi piace Coe quando è in piena forma! |
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Ali Smith costruisce narrazioni a volte oniriche e dialoghi altrettanto surreali, affrontando eventi e temi di attualità, che sperimenta in prima persona e in tempo reale: cambiamento climatico, Brexit, guerre, populismo, wokismo. A mio parere, lo fa sempre con eleganza, anche se a tratti mi annoia, mentre altre volte mi entusiasma o comunque non mi lascia indifferente. Questo romanzo breve, però, non mi ha preso. Si legge con scorrevolezza, senza inciampi ma anche senza sorprese, come una di quelle commedie americane che si guardano senza grandi aspettative. Non siamo ai livelli di Like o della quadrilogia delle stagioni, letture più consigliabili per chi vuole scoprire l’universo eccentrico di Ali Smith. |
| Dead Ink è una casa editrice indipendente con sede a Liverpool, conosciuta per la pubblicazione di romanzi alternativi. Guest è il loro primo libro che leggo: una storia di musica, ribellione, squat e una profonda riflessione sull’essere padre o figlio. Anche se non ho trovato lo stile particolarmente alternativo, SJ Bradley offre un racconto emotivo sull’importanza della libertà e della responsabilità, e su come la libertà perda significato quando si ottiene a scapito della responsabilità. Non esiste la versione italiana, ma il testo originale è scorrevole e di facile lettura. |
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Immaginate una specie di Saul, di Better Call Saul, con qualche mania omicida tipo Patrick Bateman di American Psycho, in una Londra di metà anni ’90, quando l’indie iniziava a farsi sentire e a sfidare il Britpop e il Rock nelle classifiche musicali. A questo aggiungete che Niven sa scrivere, e sa far ridere e innervosire a volte persino nello stesso paragrafo. Esce fuori questa bomba che ho divorato in pochi giorni e che, se v’interessano i temi sopraccitati, divorerete anche voi. Garantito dalla Nonna. |
| Era da qualche anno che desideravo leggere l’autrice britannica vincitrice di un Premio Nobel, e ho deciso di iniziare con il suo romanzo d’esordio. Si tratta di un’opera dura, difficile da digerire, che richiede tempo e riflessione per essere davvero assimilata. Quello che mi ha colpito di più, però, è la sorprendente scorrevolezza della lettura (consigliato in lingua originale a chi ne ha la possibilità): il libro procede senza intoppi e non perde mai intensità. Ho trovato la storia intensa e coinvolgente; oggi probabilmente susciterebbe dibattiti sociali scomodi, che potrebbero portare perfino a episodi di censura o, quantomeno, a critiche severe. Non posso entrare nei dettagli per evitare spoiler, ma resto disponibile a parlarne in privato. |
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Non chiedetemi di cosa parla questo libro, perché mi bloccherei subito nel tentativo di spiegarlo. Coe mi fa sempre questo effetto: non racconta semplici storie, ma le vite delle persone nel Regno Unito, con uno sguardo attento e oggettivo che osserva tutto senza giudicare, descrivendo con lucidità il contesto storico. Qui iniziano le vite di quel gruppo di amici di Birmingham che attraversa in vari romanzi gli anni della Thatcher, di Blair, la Brexit, l’immigrazione, il populismo e il wokismo in UK. Peccato che non ci sia un autore italiano capace di raccontare così bene l’Italia. O forse sì? |
| Tutte le volte che leggo McEwan me ne sto con il libro in mano, fino alla fine, riflettendo su come sia possibile che abbia tutto questo successo. Soprattutto in questo caso, che gli ha regalato un Booker Prize, premio prestigioso che ha tutto il mio rispetto. Poi, dopo aver chiuso il libro all’ultima pagina, mi sento puntualmente angosciato, o stupito, o entrambi, e decido di leggere qualcos’altro di suo. Il caro Ian sa come tenersi stretti i suoi lettori, e qui lo fa con una trama triste e ben articolata che conduce a un epilogo inatteso e incisivo. |
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Doris Lessing mi ha sempre incuriosito e vedo che la mia curiosità era ben riposta. E’ ora che legga qualcosa di suo. Sono attratto dal fatto che come tu dici, oggi verrebbe “ovattata”. Spero di ritornarne a parlare a lettura avvenuta.
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Fammi sapere allora!
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Di Doris Lessing ho letto solo Il quinto figlio e non mi ha entusiasmato. Non è un brutto libro, ma nemmeno bello, secondo me. Di Ian McEwan ho letto tutto, ci sono opere più importanti e opere minori, Amsterdam è un’opera minore, ma lui resta comunque un grande e il suo ultimo libro, Quello che possiamo sapere, lo dimostra pienamente
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A parte l’ultimo libro quali consiglieresti di McEwan? Ne ho letti tanti, ma a parte il giardino di cemento (non sono sicuro sia questa la traduzione in Italia) non mi ha ancora entusiasmato come Coe per esempio.
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