7 libri di autori italiani IX

Oggi segnalo altri sette libri di autori italiani di cui ho parlato sul mio profilo Instagram, @mia_nonna_fuma.

Come sempre c’è spazio per i classici, in questo caso due, di due autori che non avevo ancora letto e che avevo in lista da tempo. Poi troviamo un autore provocatore che di solito mi piace ma che oggi mi ha profondamente deluso, un’autrice alternativa che invece non mi ha ancora deluso, un piccolo capolavoro considerato la miglior lettura del 2026, e due autori che compaiono per la prima volta tra i miei canali, di cui uno mi ha fatto sorridere e l’altro irritare.

Siti è un provocatore nato: il politicamente corretto lui lo sbeffeggia, lo sbriciola nella guerra eterna tra neofascisti, woke e indifferenti, e spesso mi diverte. Ma questa volta no. Qui mi è sembrato troppo lezioso, inconcludente e autoreferenziale fino alla noia.
Non c’è una storia, non un’idea valida, nemmeno un aneddoto che valga la pena ricordare. Solo un campionario stancante di volgarità e ossessioni sessuali, tra sadomaso di maniera e le solite prestazioni del prostituto coatto che si lascia umiliare e torna come un tic nei suoi romanzi; stavolta non si salva nemmeno lui.
Una pagina dopo l’altra, la sensazione è netta: non c’è nulla da raccontare, eppure si scrive lo stesso. Pessimo.
Di Simona Vinci avevo letto alcuni romanzi di notevole spessore, tra cui il bellissimo Dei bambini non si sa niente, e diversi racconti alternativi, caratterizzati da una scrittura raffinata e originale. Mi mancava questo saggio sulla paura.
Tocca corde sottili e profonde, che paiono sul punto di spezzarsi già dopo poche pagine, ma che invece restano tese resistendo fino alla fine. Un saggio intimo e audace, che esplora con lucidità la paura, capace di tramutarsi in depressione e annientamento, capaci di colpire chiunque e in qualunque momento.
Un’autrice da scoprire, per chi ancora non la conoscesse.
A volte penso che dovrei tenere sempre una matita in mano mentre leggo: ci sono libri con frasi che vorrei rileggere perché fanno bene agli occhi e all’intelletto, o magari che mi verrebbe voglia di fissare come un quadro per la loro potenza.
L’ultima estate in città non è uno di quei libri con solo qualche frase così, sparsa qua e là: è così dall’inizio alla fine. Mi ha colpito lo stile di Calligarich: limpido, elegante e mai compiaciuto. Non c’è nulla di banale, né nulla scritto solo per allungare la storia, è un susseguirsi di parole di rara bellezza e lucidità. Da leggere.
Serra in questo libro è come quell’amico simpatico del gruppo che intrattiene raccontando le vicende della sua vita nei momenti in cui lo perseguita la sfiga. Non ti racconta una storia avvincente, ma ti fa sorridere mentre cerca di giustificare la sua incapacità di mettere radici con la sua ragazza, che non si capisce se ama; ci mette un cinghiale che compare di tanto in tanto in mezzo alla sua sfiga e si ossessiona per un gruppo anomalo come i Kings of Leon.
Non è un capolavoro, ma mi sono divertito leggendolo.
Gli autori che scrivono apposta come un ragazzino, con lo stile del tipo: “decido di spiegargli una cosa, gliela spiego quella cosa e poi mi telefona per rispiegare quella cosa che gli avevo già spiegato…”, a me piacciono, ma solo quando c’è un contesto. Per esempio se la voce narrante è un ragazzino autistico che racconta una storia interessante, allora può funzionare. Il problema è che qui il protagonista è un adulto che non racconta nulla, che mi ha annoiato dall’inizio alla fine e di cui ho letto tutta la storia solo per il piacere di parlarne male in un post. Come se non bastasse, oltre a essere vuoto e antipatico, ha pure una gatta che si chiama Paolo e fonda una radio battezzata Radiodown. E pensare che volevo leggere Nori da tempo e ci arrivavo con aspettative alte. Ora accetto volentieri consigli: vale la pena dargli un’altra possibilità o mi fermo qui?
Amanti del politicamente corretto, se siete ancora lì ad arrovellarvi su come chiedere a qualcuno il paese d’origine senza offendere, state alla larga da questo libro. Malaparte non filtra, non addolcisce e non chiede permesso quando parla di neri sfruttati, reietti e prostitute. Se invece del politicamente corretto ve ne infischiate come me, accomodatevi: siete davanti a un capolavoro.
Una guerra che corrode l’anima e imbratta la pelle, un ritratto poetico e feroce della lotta per la sopravvivenza, un’umanità allo sbando raccontata con una prosa elegiaca e lucidissima. Un capolavoro vero, scritto con un’eleganza da far rosicare qualsiasi bestseller convinto di essere “grande letteratura” solo perché timbrato Feltrinelli. Chapeau.

Gadda era uno dei pochi classici italiani del Novecento che mi mancava ancora all’appello. Ora capisco perché a livello inconscio ho rimandato così a lungo. In questo romanzo incompiuto mi sono infatti ritrovato, a un certo punto, a compiere uno sforzo atletico per orientarmi tra luoghi immaginari, lingua spagnoleggiante e personaggi strani, numerosi ma raramente limpidi.
Solo alla fine ho realizzato che si tratta di una sorta di autobiografia mascherata: una rielaborazione tormentata del rapporto con la madre, attraversata da note elegiache anche molto belle, di quelle da sottolineare. Il problema è che l’incompiutezza dell’opera ha finito per confondermi e irritarmi più di quanto riuscisse a coinvolgermi.

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