7 libri di autori di varie nazionalità VII

La maggior parte degli autori che ho letto in questi ultimi anni e che continuo a leggere sono, per una questione di gusti e circostanze della mia vita, italiani, statunitensi, britannici e spagnoli. Così che in questa serie di post ho deciso di raggruppare libri di autori di altre nazionalità di cui ho parlato sul mio profilo Instagram, @mia_nonna_fuma.

Gli autori dei libri che segnalo oggi provengono da Ungheria, Canada, Messico, Francia (2), Cuba e Argentina.

Questa è la storia di due fratelli che divengono inquietanti per sopravvivere alla miseria, che s’incrociano con altri personaggi altrettanto inquietanti e misteriosi, che all’improvviso si separano, poi si cercano e, forse, si ritrovano in un mondo al limite del surrealismo. Mondo descritto dalla penna degli stessi fratelli che si alterna alle parole dell’autrice, creando una narrazione enigmatica ma allo stesso tempo lucida.
Leggendo la trilogia di Agota ho sofferto, ho sorriso, mi sono confuso e fermato parecchie volte per assimilare passi ambigui, ma di un’ambiguità ricercata. Sullo sfondo, un pezzo del 900 dell’Europa dell’est.
Mi mancava Coupland e i suoi personaggi eccentrici con vite al limite del surrealismo. Qui uno di quei personaggi si riprende da uno shock dopo essere stata la unica superstite di un incidente aereo, per poi vivere una storia d’amore speciale con un ex attore depresso e drogato che decide di vivere come un reietto.
Dietro la coppia dell’anno accompagnata da altri depressi, nerd e neurodiveregenti, un altro mondo pop che sbeffeggia usi e mode della società moderna, qui i concorsi di bellezza per bambini e la TV spazzatura.
Avete presente quei libri che ti cambiano l’umore, ti angosciano e che devi riprendere quando lasci la lettura per sapere come andrà a finire quella storia che forse non avresti voluto neppure sapere? Quei libri che creano dipendenza e quella irrefrenabile passione per la lettura, che parlano di vita, drammi reali, incomprensioni e paure con una scrittura impeccabile, senza punti morti o dialoghi banali.
Ecco, La figlia unica è uno di quei libri, per me basta sapere questo, se volete sapere anche di che parla leggetelo, ne vale la pena.
Ho letto Gli anni del premio Nobel francese con interesse e stupore. L’autrice racconta il suo Novecento, vissuto dagli anni ’40 fino ai giorni nostri, in un memoir che racchiude molta storia francese ma che supera anche i confini nazionali. Ho trovato un flusso lucido di riflessioni oggettive su eventi storici già ampiamente trattati, che però l’autrice riesce a trasmettere senza scadere nel patetico o nel retorico (chapeau), oltre a un’analisi di altre problematiche come il consumismo e il capitalismo esasperati.
Il racconto è anche elegante, arricchito da una descrizione elegiaca delle fotografie utilizzate dall’autrice per introdurre periodi storici e aneddoti sulla sua vita in quei momenti.
Leggendo Falsa guerra, ho pensato per tutto il tempo a Roberto Bolaño e alla sua capacità di costruire immaginari astratti a partire da situazioni reali, evocando temi legati al viaggio: l’immigrazione, la lontananza dalla famiglia, l’alienazione.
Alvarez è dell’89 e non si offenderà se, per quel poco che dico su di lui, lo accosto all’autore cileno. Per me, dopotutto, è un complimento visto che io Bolaño lo apprezzo.
Ma Falsa guerra è anche altro. Racconta la Cuba di chi l’ha lasciata per luoghi apparentemente migliori—Miami, New York—senza trovare nulla, e quella di chi è rimasto. E lo fa con un’ironia invidiabile, che di tanto in tanto prende il posto della malinconia. Consigliato.
Lo descrivono come un Western che sembra scritto da Tarantino. Di Tarantino, però, ho trovato solo qualche schizzo di sangue improvviso, giusto il necessario per scuotermi dal torpore.
Un torpore non dovuto alla mia scarsa passione per il genere Western, ma al viaggio spento del protagonista svedese attraverso gli Stati Uniti. Il suo sogno di raggiungere New York per ricongiungersi con il fratello si trascina senza guizzi, lasciandomi indifferente. Díaz mi ha piuttosto deluso; spero mi catturi con Trust, che ho in lista ma continuo a rimandare. Per ora, quasi quasi, mi attira di più un romanzo di Tarantino.
Il caro Boris la combina grossa: è un bianco che si spaccia per nero e scrive di un nero dalla pelle bianca che scatena l’inferno tra un gruppo di bianchi. Il libro viene vietato con zelo perché troppo violento e scomodo. A me questo romanzo breve e trash non ha fatto impazzire, ma vale la pena leggerlo almeno per il casino che ha scatenato. Siamo negli anni ’40.
E pensare che oggi a Dahl (e sicuramente non sarà l’ultimo) censurano paroloni come “brutto” e “ciccione”. Siamo all’involuzione del politicamente corretto.

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