…Somebody going write about this, sit down at a table on a Sunday afternoon with wood floor creaking and fridge humming but no ghost around him like they around me all the time and he going write my story…
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Autore: Marlon James Anno: 2016 Pagine: 686 Casa Editrice: Sperling & Kupfer Disponibilità: Versione cartacea e digitale Dove acquistarlo: Ibs |
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Ho appena finito questo romanzo, vincitore del Man Booker Prize, iniziato con le aspettative alte grazie alle recenti letture dei bellissimi Shuggie Bain e The Narrow Road to the Deep North vincitori dello stesso premio. Ero convinto di essere entrato in un’altra fase di letture illuminate, quella grazia letteraria che ho vissuto con i Pulitzer, che rispettavo quando ancora pensavo che ogni libro vincitore di quel premio fosse automaticamente un capolavoro fino a quando non ho letto e maledetto Il cardellino. Qui il contesto prometteva benissimo: Jamaica, tensioni politiche, il tentato assassinio di Bob Marley, tutto quel fermento storico che già dal biopic mi aveva incuriosito (anche se più per affetto per il caro Bob che per reale entusiasmo). E infatti l’inizio è una bomba: un fantasma che riflette sulla morte e non-morte descritto con una prosa stilisticamente perfetta. Ma a un certo punto iniziano le voci. Tante. Troppe. Voci di vivi, morti, mezzi vivi, fantasmi, politici, reietti, rivoluzionari, delinquenti, gente di passaggio e forse anche il vicino di casa dell’autore. Tutti parlano, tutti pensano, tutti si intrecciano in un flusso continuo che copre una singola giornata. Nel mezzo l’autore ci infila pure Cuba, Batista, Castro, qualche deviazione colombiana, tutto interessante, sulla carta.
Il problema è che la lettura a un certo punto è diventata un esercizio di resistenza. Quasi 700 pagine di monologhi, cambi di voce con un linguaggio difficile da seguire: un mix di registri che a volte sembra dialetto stretto di un napoletano che dovrebbe essere capito da un aristocratico britannico. Tutto quello che ho scritto rappresenta il motivo per cui continuo a rimandare l’Ulisse di Joyce. E, ironia della sorte, mi sono ritrovato dentro una versione caraibica di quella stessa fatica che volevo evitare: una giornata infinita che non rileggerò mai. Alla fine resta un’idea potentissima, uno sfondo storico affascinante e un’occasione sprecata sotto il peso della propria ambizione. Lo consiglierei come punto di partenza per approfondire la figura di Marley e la situazione politica jamaicana. Come romanzo si potrebbe leggere saltando intere pagine senza sensi di colpa.

