Gobbi come i Pirenei – Recensione

… Non sono mai stato coraggioso e la mia pigrizia è tale che, alla fine, l’ozio è diventato per me un’esigenza. Mi definisco un anarchico e non so ancora come si fa a vivere ma ho un amor proprio smisurato. L’unica cosa che posso dire in mia difesa è che sono onesto, nel senso che amo il bene e sono scontento di me quando me ne allontano
Autore: Otello Marcacci
Pagine: 288
Anno: 2012
Casa Editrice: Neo Edizioni
Disponibilità: Libro Cartaceo e Versione Digitale
Dove acquistarlo: Amazon

Oggi parlo di un altro libro di Otello Marcacci dopo aver recensito il malinconico e appassionante Tempi Supplementari. Gobbi come i Pirenei è la storia di Eugenio Bollini, ciclista in bilico tra l’amatoriale e l’agonistico, che si racconta in prima persona mentre si muove confuso fra tre donne, un figlio, i ricordi del padre e uno sport che scandisce successi e fallimenti della sua vita. È un particolare romanzo di formazione che ha come protagonista un personaggio già adulto e formato, ma che un giorno vive un evento che innesca il suo riscatto verso una nuova formazione: la scoperta di avere un Quoziente Intellettivo mediocre. Eugenio quindi si rende conto all’improvviso che pur essendo adulto, ha ancora un obiettivo nella sua vita riesumato da quell’evento: riuscire a convivere felice con la propria mediocrità, lasciandosi alle spalle un matrimonio fallimentare, e mantenendo una promessa fatta a suo padre prima di morire. Quella promessa è l’elemento essenziale della storia, vissuto da un personaggio che si pone domande scomode e cerca di addattarsi a gente che non comprende, ma che sono parte del suo mondo. Mi ha ricordato un personaggio di Bukowski, uno di quelli che si muove scomodamente con malinconia e sarcasmo, uno di quelli che vorrebbe mandare al diavolo tutti ma che è costretto a sopravvivvere.

La consapevolezza della mediocrità è quindi l’input del riscatto di Eugenio. Si rende conto come i mediocri se ne stanno in un limbo. Sono abbastanza intelligenti per capire la propria sufficienza e la genialità degli altri, pur non essendo geni. Sono peggio degli stupidi inconsapevoli della propria stupidità, e quindi sono quelli che soffrono di più. Sempre. Gli stupidi vivono felici, i geni godono delle proprie vittorie, mentre i mediocri soffrono citando i geni della musica e della letteratura. Lui lo comprende e dice basta. Non rivelo se manterrà la promessa fatta a suo padre o come la consapevolezza della sufficienza di Eugenio lo aiuti a riscattarsi. Qui mi limito a dire che Marcacci racconta una storia avvincente e a tratti commovente come il ciclismo, e che il romanzo contiene tante interessanti micro storie e riflessioni che accompagnano con eleganza la vicenda principale. Un pezzo di America e un aneddoto sul Ruanda narrati in una cena romantica, per esempio, o omaggi a cantautori, filofosi e scrittori – Il protagonista si commuove come il minatore di Pirandello quando vede la luna.

Marcacci nei suoi romanzi usa egregiamente lo sport come metafora della vita. Il suo personaggio in questo caso è un ciclista che nello sport, come nella propria esistenza, si sente un mediocre che pedala in seconda corsia lasciando mestamente quella rapida a chi per lui è migliore. Il ciclista arriverà a capire che c’è sempre qualcuno più veloce di lui che occupa la corsia principale, che la mediocrità è in realtà la normalità, e che la consapevolezza, se sei bravo a giocarti bene le tue carte, ti può portare alla felicità. L’ultimo mio pensiero va all’ironia di Marcacci che è devastante, è inoltre mantenuta per tutto il libro, anche quando si parla di delusioni, drammi e sfiga. E non è facile garantire questo ritmo fino all’ultima pagina. È essenziale per questo tipo di romanzo in cui la storia è vita, e se non si sa raccontarla si rischia di annoiare.

I miei concorrenti diretti erano, proprio come me, tutti scarti degli sport ricchi. Il calcio e il tennis, infatti, mietevano iscrizioni negli atleti veri ed io, data la moria di talento che mi circondava, riuscii a primeggiare nel ciclismo di provincia.

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