Un giorno verrò a lanciare sassi alla tua finestra – Recensione

È una cosa che non ho mai sopportato, i tempi lenti e forzati che gli adulti usano come arma pedagogica per costringerti a capitolare e a umiliarti davanti a loro. Come se il valore delle tue scelte o delle tue idee fosse proporzionale alla quantità di merda che sei disposto a ingoiare per difenderle …
Autore: Claudia Durastanti
Pagine: 300
Anno: 2010 con Marsilio e 2020 con La Nave di Teseo
Casa Editrice: Marsilio/La Nave di Teseo
Disponibilità: Libro Cartaceo e Digitale
Dove acquistarlo: ibs

Leggo da tempo tra vari profili di letteratura di Instagram e blog che seguo, commenti e recensioni entusiasmanti al romanzo La Straniera di Claudia Durastanti. Ho trovato così interessanti queste analisi da decidere di iniziare a leggere tutti i romanzi dell’autrice italiana nata a Brooklyn in ordine, iniziando dalla sua opera d’esordio: Un giorno verrò a lanciare sassi alla tua finestra.

Il libro narra le esperienze di vita a New York di una serie di personaggi, Jane, Michael, Zelda, Francis, Ginger ed Edward, che s’incontrano e s’incrociano, che vivono di arte e lavoretti part-time, che si amano e si emozionano, tutti raccontati con una profonda introspezione, tutti con qualcosa da dire con tanta rabbia. Il romanzo alterna i pezzi di vita dei personaggi in diverse epoche presentati in ordine sparso tra gli anni 70 e l’inizio del 2000, distribuiti tra le pagine del libro in modo da comporre un puzzle che il lettore scopre lentamente. Ho scoperto i pensieri, le passioni, le esistenze di questi personaggi senza fermarmi e, ritrovandomi come in apnea, ho quasi trattenuto il respiro tra lunghi monologhi e conversazioni che mi hanno trascinato in una spirale di emozioni.

Tuttavia il problema di quest’opera, che potrebbe essere anche un pregio a seconda dei gusti letterari, è che la storia è celata tra le vite dei personaggi raccontate volutamente in modo caotico. La vicenda non presenta alcuni dei pezzi di quel puzzle narrativo raccontato dall’autrice, è come un quadro di Pollock: va scoperta tra aneddoti, descrizioni di esperienze di vita ermetiche, dialoghi che a volte annullano la storia e la riscrivono quando il lettore ha pensato di avere trovato il filo della narrazione. Quindi è un libro che secondo me può apprezzare chi ha amato per esempio Il giovane Holden di Salinger, o I detective selvaggi di Bolaño, o qualsiasi altro romanzo dell’autore cileno: classici in cui appunto il cuore della narrazione è rappresentato dalle esperienze dei personaggi che costruiscono una trama, a volte con poesia, altre con una collera devastante complicata da seguire.

La nostra cucina non era mai illuminata a sufficienza, con la scusa del risparmio energetico mia madre ci stava rendendo tutti ciechi, e aveva il vizio di ricoprire la tavola con tovaglie adesive di plastica, che iniziavano a puzzare appena si impregnavano dei succhi dei cibi.

Personalmente ho trovato una prosa elegante e alternativa, seppur a tratti difficile da seguire, che racconta l’arte, i desideri, la voglia di vivere, e le contraddizioni di New York di un gruppo di sognatori, che mi hanno ricordato quelli parigini di Bertolucci. Una scrittura piacevole per chi ama autori alternativi ma lucidi, che sanno scrivere a chi vuole leggere storie non convenzionali che scorrono tra aneddoti strani ma affascinanti. Leggendo ho pensato a tanti altri autori italiani contemporanei, come Marco Missiroli, Enrico Brizzi e Simona Vinci che, insieme a tanti altri scrittori nostrani, rappresentano un patrimonio letterario per me straordinario di cui parlerò presto. Ho anche trovato un affascinante continuo omaggio a band storiche e grandi artisti musicali come Bauhaus, Nirvana, Patti Smith, Lou Reed e Joy Division.

Patti Smith si asciugò il sudore dalla fronte, recitò una preghiera pagana davanti al suo pubblico invitandolo alla resistenza e a santificare la poesia, e poi sparì, saltellando verso le scale sul retro del palco.

5 commenti

  1. Sarà che sono un forte appassionato di musica, ma questi parallelismi sono e saranno sempre un incentivo forte per un certo tipo di lettura. La Durastanti mi piace molto e già mi piaceva nei suoi articoli sulle varie riviste musicali, segno di una penna di un certo spessore. Questo suo ultimo romanzo non l’ho ancora letto, ma è già nei miei pensieri di quest’estate. Io l’ho sempre associata a una certa letteratura di tipo underground alla stregua di Jonathan Lethem, tanto per citare un nome, forse perché la vicinanza con la passione musicale lascia sempre il segno. Grazie per la recensione 😉

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  2. Della Durastanti io ho detestato “La Straniera”, ma proprio tanto…
    E su Twitter propone spesso un complicato concetto di «le poesie di una tartaruga le può tradurre solo una tartaruga»…
    Un giorno leggerò le sue introduzioni alle nuove edizioni di Pavese, e un giorno dovrò darle un’altra possibilità leggendo un altro suo romanzo!

    Piace a 1 persona

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