Cleopatra va in prigione – Recensione

… la prigione è una microstazione climatica incapace di mitigare la temperatura esterna – d’estate la carne si scioglie, d’inverno il respiro si congela e va in frantumi …
Autore: Claudia Durastanti
Pagine: 129
Anno: 2016
Casa Editrice: Minimum Fax
Disponibilità: Libro cartaceo e versione digitale
Dove acquistarlo: Ibs

Dopo il libro d’esordio Un giorno verrò a lanciare sassi alla tua finestra che trovai promettende e la grande delusione de La straniera, oggi torno a parlare di un’altra opera di Claudia Durastanti. Ho iniziato la lettura di Cleopatra va in prigione con l’obiettivo di capire cosa penso realmente di quest’autrice, di sicuro alternativa, ma che non è ancora riuscita a convincermi. I problemi principali dei suoi altri romanzi, soprattutto del secondo, sono stati la storia che non c’è e un personaggio protagonista troppo riflessivo vittima di un egocentrismo tedioso che non lascia spazio a nient’altro. In Cleopatra va in prigione, dove non mancano le solite riflessioni stavolta più intense e piacevoli, la storia è pervenuta.

Non racconto la trama, preferisco soffermarmi su altri aspetti. La narrazione si alterna tra la prima e la terza persona in modo armonioso. La prima parla del passato, la seconda parla del presente, raccontando due storie che viaggiano in parallelo e si alternano tra i vari capitoli, corti come piacciono a me. Entrambe le storie narrano la vita dello stesso personaggio ma con due diverse identità interessanti ma strane; trattano temi scottanti come spogliarelliste che si prostituiscono in night club e la malavita che chiede il pizzo in una forma alternativa ai vari film americani, come per esempio Scarface e Il Padrino, o alle opere di denuncia nostrane tipo Gomorra. Una forma quasi elegante direi. Anche in questo romanzo i personaggi della Durastanti sono stravaganti, tanto, sono persone reali che pensano e si muovono come se non sapessero come vivere; non comprendono i pericoli, reputano la droga figa e la prostituzione un lavoro convenzionale come il parrucchiere; si muovono in una perenne crisi esistenziale e si fatica a seguirli quando riflettono. A volte mi piacciono, altre mi spiazzano, sopravvivono creando una vicenda triste con passi difficili da digerire, ma perlomeno intrigante.

Ho apprezzato la lettura a parte alcune descrizioni che mi hanno confuso, come la tristezza appiccicosa, la noia metallica e il vento che puzza di ammoniaca. Sembrano concetti buttati lì solo per rendere il testo più alternativo. Claudia Durastanti con questo libro mi ha comunque convinto, ma non mi ha ancora conquistato.

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