Il tempo è un bastardo – Recensione

…Se Dio vuole è quasi il 1980. Gli hippy stanno invecchiando, si sono bruciati il cervello con gli acidi e adesso a San Francisco li vedi chiedere l’elemosina a ogni angolo di strada. Hanno i capelli tutti annodati e i piedi nudi con la pelle spessa e grigia come una suola. Ci fanno schifo…
Autore: Jennifer Egan
Anno: 2011
Pagine: 391
Casa Editrice: Minimum Fax
Disponibilità: Versione cartacea e digitale
Dove acquistarlo: Ibs

Dopo qualche Pulitzer deludente (tipo Il cardellino che maledico ogni volta che mi ritorna in mente), volevo trovare un altro vincitore che mi facesse fare la pace con il prestigioso premio americano. Quel vincitore l’ho trovato, perché questo libro è una bomba. Non tanto per la storia o meglio, la non-storia che, se dovessi riassumere, sembrerebbe il resoconto di una giornata qualsiasi di un fattone che trascorre il tempo con un gruppo di sbandati tra cui cleptomani, adolescenti perennemente depressi e ninfomani, ma per i personaggi e lo stile narrativo. Questi individui strampalati, che sembrano usciti da un film di Tarantino in trasferta indie, mi hanno fatto ridere e incazzare con una voce narrante che mi ha ricordato quel tipico amico carismatico che ami ascoltare persino quando ti parla soddisfatto di una ricetta che ha trovato su un reels di Instagram.

La struttura del romanzo è un continuo zig-zag temporale. Un momento sei con un adolescente sognatore, il momento dopo lo ritrovi a pezzi, la vita lo ha ridotto a un rottame e tu sei lì che guardi la tragedia svolgersi sotto i tuoi occhi impotenti. Oppure ti becchi un personaggio bello vispo e la pagina dopo te lo ritrovi anziano, sul letto di morte, che ti lancia addosso tutta la sua nostalgia. Io di solito odio le traduzioni che stravolgono i titoli originali, ma in questo caso funziona pure quello. Quindi anche senza una trama tradizionale, il libro regge, perché è scritto dannatamente bene e i personaggi sono costruiti con una cura tale che potrebbero essere reali. E allora, non importa se non c’è una storia/non-storia lineare dall’inizio alla fine, perché quando hai una scrittura così potente, la trama passa in secondo piano.

L’autrice cambia registro narrativo a ogni capitolo, sperimenta e gioca usando voci diverse come Maynard James Keenan mentre si destreggia tra i suoi concerti con Tool, Perfect Circle e Pushifer (questa citazione musicale è dovuta perché la musica alternativa è un altro elemento importante del romanzo). Ci sono pezzi narrati in terza persona, altri in seconda, e poi c’è quel capitolo interamente a diapositive in PowerPoint che dovrebbe essere assurdo e invece funziona alla grande pure quello. C’è anche un’incursione a Napoli, non la solita Napoli da cartolina con pizza, mandolino e spaghetti. Qui l’atmosfera è quella della Napoli di chi la vive anche se descritta con un uso smisurato di Vespe; ma ci sta pure quello. Non mi sono annoiato neanche per un attimo. Anzi, ho pure riso, cosa che mi capita raramente quando leggo. E a fine lettura mi sono chiesto: “Ma questo libro come lo racconto?” Risposta che mi sono dato: “Non lo racconto. Cerco di far venire la voglia di leggerlo a qualcuno con cui poi parlarne”. Mi sa che ho definitivamente fatto la pace con il Pulitzer.

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