I Numeri Dispari

I Numeri Dispari è nato da un capitolo di Mia Nonna Fuma adattato a racconto interattivo con un finale alternativo.

burundanga
Il sorriso dentro, illustrazione di Giba Giba/Giuseppe Barillaro

I Numeri Dispari

Da ragazzo ero ossessionato dai numeri dispari senza mai capirne il motivo; semplicemente tutto quello che facevo si riconduceva a un numero dispari. Mi scrocchiavo le dita 5 volte al giorno piuttosto che 6, bevevo latte e mangiavo 5 o 7 biscotti a colazione, normalmente usavo una maglietta solo per un giorno e a volte per 3 e se sudavo al secondo giorno faceva lo stesso, arrivavo sempre al terzo; sono nato il 31 luglio dell’81, ho perso la verginità a 17 anni, ho fumato la prima sigaretta a 15. Sono nato in un paese il cui nome è di 5 lettere e sono cresciuto in un altro il cui nome ne contiene 7. 7 come le sue chiese, i bar invece erano 3, mentre la scuola era solo una. La mia famiglia ha sempre vissuto in via Dante (5 lettere) Alighieri (9 lettere), ma 9+5 fa 14, che è pari, ma è lo stesso perché ho sempre detto di vivere in via Dante (5 lettere e numero dispari appunto). Le montagne che potevo distinguere (e quindi contare) che circondavano il mio paese erano 11. Ho 5 fratelli, 7 cugini, 13 zii e questa ossessione per i numeri dispari ha sempre accompagnato le mie più grandi passioni: il cinema, la letteratura e la musica. I miei dischi preferiti avevano un numero dispari di canzoni, i titoli dei miei film e libri preferiti erano formati da un numero dispari di parole. Ma la cosa più strana è che in qualche modo i numeri dispari stavano per condizionare anche il mio futuro.

Mi ha sempre colpito una particolarità dei semafori (formato da un numero dispari di colori). Il rosso è il colore usato per indicare lo stop nella circolazione del traffico; ma perché viene usato proprio il rosso per bloccare un essere umano? Perché usare proprio tale colore in un contesto così importante che potrebbe determinare una tragedia come un incidente stradale? Secondo la logica di un semaforo, il rosso dovrebbe fermare un individuo che, durante la guida di un mezzo di trasporto, dovrebbe sentire in qualche modo una sensazione di calma, apatia e tranquillità che lo indurrebbe a parare la sua attività. Ma non è forse il rosso il colore storicamente usato dai rivoluzionari socialisti e comunisti? Non è forse il rosso il colore che indica il calore, il soffocamento e il sudore dando la voglia di fuggire da una fonte di orribile afa, per raggiungere una piacevole ombra? Non è forse il rosso il colore del cuore, del sangue e della circolazione, un flusso che non si può parare per non spegnere una vita? Rivoluzione, fuga e flusso che non può pararsi e non calma, apatia e tranquillità; quindi, secondo la logica naturale della sua definizione il rosso agita e non placa. Forse c’è qualcosa che non va nel funzionamento di un semaforo e chissà è anche questo causa d’incidenti stradali.

Durante questo pensiero la mia prof di letteratura (che indossava un pullover rosso) stava spiegando l’avventurosa vita di qualche scrittore e si accorse che ero mentalmente assente; mi minacciò che il giorno dopo mi avrebbe interrogato proprio su quello scrittore. Ovviamente, la mattina successiva mi giocai la scuola; scesi dall’autobus un paio di fermate prima di quella accanto al mio liceo e rimasi colpito dalla luce rossa che illuminava la scritta del cinema lux (3 lettere), davano un film il cui titolo (formato da 3 parole) non mi diceva niente ma quella luce rossa fu così intensa che decisi di fermarmi a guardare il film. Adoro tuttora quel film, mi fece innamorare definitivamente del cinema, la chiamano la settima (numero dispari) arte e ne avevo capito finalmente il motivo. Presi la mia decisione, avrei voluto dedicarmi al cinema, avrei voluto realizzare un film, ma non un film qualsiasi. Ne volevo fare uno di quelli che si trova geniale senza un particolare motivo; magari per i colori o chissà per la colonna sonora accattivante, non sapevo esattamente il perché ma ero convinto di voler fare un film mitico. Non era facile visto che non avevo la minima idea di come si realizzasse un film; non sapevo come usare una telecamera, parole come montaggio o sceneggiatura per me erano nomi conosciuti ma astratti, erano come le parole quaresima o barbabietola da zucchero, erano come quelle parole strane che tutti conoscono ma che nessuno riesce a visualizzare. Dovevo scoprire i misteri della settima arte proprio io, che ero pigro cronico e quasi sempre mentalmente assente; d’altro canto la simbologia dei numeri dispari era così chiara che non avevo dubbi, avrei fatto quel film. Bisognava cercare un’università dove poter apprendere come realizzare un film. Quell’università che cercavo effettivamente esisteva ma lontana dalla mia città, quindi, dovevo convincere i miei genitori che sarei stato costretto ad emigrare per i miei studi. I numeri dispari, i miei continui 7 in pagella, i miei 3 fumetti preferiti, i 1001 pensieri che avevo quotidianamente, stavano creando il mio futuro.

Ero un giovane uomo arrabbiato, volevo esprimere i miei pensieri, ma dovevo lavorare sodo, perlomeno studiare qualsiasi cosa che mi aiutasse a realizzare il mio film. Intanto la festa patronale si stava avvicinando e il mio piccolo paese era colpito da un’euforia dovuta ai preparativi di quella celebrazione così importante. A volte immaginavo tutti cantare e ballare, mentre sistemavano le colorate e strane illuminazioni che riuscivano perfettamente a visualizzare la parola kitsch. Tutti insieme felici come i simpatici personaggi di The nightmare before Christmas; solo che invece di halloween i festeggiamenti erano per la festa del santo. Perché la gente era così attratta da un santo protettore? Perché tale santo era così adorato e gli altri così ignorati? Perché la gente era così felice vagando comprando collanine e pistacchi da un lato all’altro di quel triste paese che iniziava con un cimitero e finiva con un mattatoio? Oltretutto si trattava di un santo la cui leggenda narrava che fosse stato sbranato dalle formiche; quindi non capivo cosa ci fosse da festeggiare! Non capivo e continuavo a pensarci fermandomi a fissare le luci; perché quel giorno quella chiesa era regolarmente piena mentre le altre erano solo un luogo di ritrovo per giocare a ping pong e tresette (Gioco di carte il cui nome è formato da due numeri dispari)?

Quelle luci non mi davano risposta e nel frattempo mi ritrovai in una conversazione con uno strano signore che apparentemente non conoscevo ma che, in realtà, era un amico di famiglia. Iniziò a parlarmi con affetto ma io non riuscivo a capire dove e quando l’avessi conosciuto. Le luci in festa per il santo illuminavano il viso del signore con cui stavo parlando; era simpatico ma fuori luogo poiché io ero troppo concentrato sui miei 1001 pensieri dovuti, appunto, alle luci. Stavamo parlando di religione e politica o semplicemente sulla salute dei miei genitori? L’unico ricordo che ho è che mi commentò che avrebbe fatto visita il giorno dopo alla mia famiglia e che sicuramente ci saremmo rivisti presto. Infatti, il giorno dopo m’incontrai con lui proprio a casa mia; ci sedemmo insieme ai miei genitori e a sua moglie, intorno a un tavolo bevendo caffè e mangiando biscotti appena sfornati da mia madre. Io mi limitavo ad ascoltare passivamente la loro conversazione pensando come sempre ai fatti miei; in particolare, stavo pensando alle seguenti coincidenze che si stavano verificando.

Prima coincidenza: la coppia di amici proveniva da una città del nord, dove c’era una sede della facoltà di cinema a cui mi sarei dovuto iscrivere; seconda coincidenza: la coppia di amici continuava a ripetere che si sentivano soli. Era l’unica cosa che avevo captato da quella conversazione. Non avevano figli e neppure nipoti, erano soli e un po’ tristi e avrebbe fatto loro piacere ospitare qualcuno in casa; terza coincidenza: i miei genitori non avevano mai considerato la possibilità che uno dei loro figli potesse lasciare il paese natale per andare a studiare fuori a “soli” 19 (numero dispari) anni. Quindi, stando agli indizi, essere ospitato dalla coppia di amici era un’ottima scusa per studiare quello che volevo e fuori di casa; ma cosa più importante gli indizi erano 3 e grazie ai numeri dispari potevo passare tranquillamente all’attacco. Mi sentii felice come non mai, ero eccitato,  guardai fuori dalla finestra che affacciava sulla strada principale e vidi il mio stato d’animo materializzarsi in uno smile che rideva di gioia, facendomi vedere 17 (numero dispari) denti in un sorriso che mi diede il coraggio di cui avevo bisogno. Convinsi subito i miei a farmi partire.

Fu così che scoprii l’esistenza dell’invenzione più geniale di tutti i tempi dopo la birra con le noccioline, la sigaretta dopo il caffè e il risiko: il post-it. Avevo già varie idee per il mio film ma erano solo pensieri sparsi che uno smemorato come me aveva bisogno di appuntare. Iniziai ad attaccare un po’ dappertutto i post-it con i miei pensieri legati alla realizzazione del mio film.

Post-it bianco con bordo grigio: attaccato sul cassetto del mio comodino. Nel film non dovevano esserci troppi nomi. Ho sempre odiato dover ricordare i nomi dei personaggi dei film; a volte, in quelli americani, non sapevo neppure il modo corretto in cui scrivere nomi come Gion, Omer, Bart, Spaidermen e Arnold Svarznegher. Il problema più grosso l’avevo soprattutto guardando la cara televisione, dove i film sono spezzettati dalla pubblicità; 3 minuti regolari di pubblicità mi facevano dimenticare i nomi dei personaggi dei film, quei nomi di personaggi che si mischiavano con scene che pubblicizzavano automobili e profumi. Quindi nel mio film, i nomi sarebbero stati assegnati solo a pochi personaggi, i protagonisti; mentre tutti gli altri sarebbero stati di contorno. Tanti personaggi inutili senza un nome che non partecipano attivamente alla storia della pellicola, che fanno cose evitabili ma che tutto sommato vengono apprezzate dal pubblico. Come i personaggi di Steve Buscemi o Alfred Molina, come la presenza di Totò ne I soliti ignoti o come la scritta “il mattino ha l’ora in bocca” battuta a macchina da Jack Nicholson. Pochi nomi.

Post-it nascosto: il fascino per l’horror. Mi sono sempre piaciuti i film dell’orrore, soprattutto i classici di Hollywood degli anni 80; allo stesso tempo non riusciva a essere il mio genere preferito. Ho sempre trovato i film horror interessanti ma inconclusi, privi di qualcosa che me li facesse apprezzare completamente; volevo, quindi, nel mio film, una componente horror che non fosse però quella dominante. Un pizzico di horror.

Post-it viola: l’odio per i sex symbol che non lo sono. Mi hanno sempre infastidito attori mediamente bruttini, trasformati forzatamente in sex symbol solo perché interpreti di Harry Potter o Transformer; ce ne sono ormai troppi. Attori così brutti da essere impossibile trasformarli in sex symbol.

Post-it patetico: morale o non morale? In generale odiavo la morale quando era patetica ma ugualmente avrei voluto lanciare qualche messaggio. Non sempre (anzi quasi mai), i ragazzi che vanno in chiesa sono buoni mentre quelli che non ci vanno sono comunisti e si drogano. Possibile presenza di un chierichetto serial killer. Non bisogna fidarsi di tutto quello che si sente in televisione; in ogni settore esistono raccomandati e/o corrotti. Si può avere un professore di fisica che non ha idea di cosa sia un Joule o di chi sia Archimede, si può votare un politico che ritiene Mussolini il più grande statista della storia, si può chiedere un milk shake solo perché ben pubblicizzato ma senza conoscere nemmeno uno degli ingredienti. E soprattutto la televisione contribuisce a questi malintesi grazie a corruzione, globalizzazione e qualche giornalista impreparato. Non sempre è bene fidarsi della televisione. Ho sempre odiato i conflitti patetici tra bene e male; di solito vince sempre il bene che può essere interpretato da un supereroe, una bionda bruttina, un hobbit o un poliziotto, sul male che può essere rappresentato da un mostro creato geneticamente, una bionda bella, un anello o un personaggio interpretato da Gary Oldman. Questa volta avrebbe vinto il male. Non ne potevo più di finti buoni e finti cattivi; pensavo che gli indiani d’America fossero dei pezzi di merda per colpa di John Wayne, pensavo che i russi erano una popolazione malvagia per colpa di Sylvester Stallone e Bruce Willis, e sempre per colpa di Sylvester Stallone pensavo che i vietnamiti fossero dei pazzi assassini senza neppure sapere dove si trovasse il Vietnam. Buoni veramente buoni e cattivi veramente cattivi.

Post-it giallo: l’importanza della colonna sonora. La musica in un film è importante, potrebbe addirittura far apprezzare film non bellissimi. Come sarebbe stato Il corvo con le canzoni di Robbie Williams e Elton John al posto di Cure e Nine Inch Nails? Come sarebbe stato Il favoloso mondo di Amelie senza quella colonna sonora? Come sarebbe stato Into the wild con la voce di sottofondo di Michael Bublé al posto di quella di Eddie Weber? Come sarebbe stata la corsa di Renton senza Lust For life di Iggy Pop? E la discesa in bicicletta di Jake Gyllenhaal senza Killing the Moon degli Echo & the Bunnymen? Non era certo facile realizzare un film con una buona colonna sonora; decisi che avrei usato quelle canzoni che accompagnavano le mie giornate, che molto probabilmente a molti non sarebbero piaciute ma che allo stesso tempo, ascoltandole, fanno camminare spensieratamente o non fanno arrabbiare mentre ci si ritrova a fare interminabili code immersi nel traffico. Indie Rock.

Durante la pianificazione del mio futuro film si avvicinavano gli esami di maturità; erano appena diventati gli esami del TUTTO; bisognava studiare e sapere tutto di ogni materia. In pratica avrei dovuto sapere tutto sulla meccanica, dovevo saper definire concetti complessi come la forza, il lavoro e la potenza; ma il mio professore di fisica non sapeva nulla al riguardo. Conosceva a memoria i giocatori della rosa juventina e del Real Madrid di quell’anno forse, ma non conosceva l’unita di misura dell’energia e che quest’ultima non si può distruggere perché si trasforma; però sapeva tutto sui sigari, io non sapevo neppure che un sigaro fosse fatto di foglie di tabacco, mentre lui poteva parlarne per ore. Cosa renda i sigari cubani così speciali, quali siano le nazioni dove si coltiva maggiormente il tabacco, che cos’è il microclima, com’è fatto un toscano; sapeva tutto su calcio e sigari ma niente di fisica. Fu il primo indizio dell’esistenza dei raccomandati.

Ero ossessionato dai miei prof di letteratura. Quella dell’ultimo anno di liceo mi obbligò a leggere un libro di Dacia Maraini e si arrabbiò quando ne parlai male nella mia relazione; mi disse che non capivo nulla di letteratura. Forse non capivo realmente nulla di letteratura ma di sicuro non avrei mai letto un altro libro di Dacia Maraini. Per questo non studiai mai bene la letteratura, avevo una specie di antipatia per quella che m’imponevano; quindi preferivo leggere i libri di Sclavi, Benni e Baricco piuttosto che studiare Dante, Petrarca e Boccaccio. Non potevo sapere quel TUTTO di letteratura che mi veniva richiesto per l’esame di maturità. Continuavo ad annoiarmi durante le ore di storia; uno dei miei prof era esaltato dalle dittature nazifasciste. Un giorno ci disse che gli ebrei avevano rotto facendo le vittime. Quindi, non avevo neppure un buon rapporto con la storia; sarebbe stato difficile sapere TUTTO per l’esame. L’unico buon ricordo, lo riserbo per il prof di matematica dell’ultimo anno di liceo; me l’ha fatta apprezzare. Ci spiegava l’utilità della matematica oltre che le operazioni sui numeri; ci spiegava la formula matematica di una derivata e di un limite che tende a infinito andando oltre le formule. Sapevamo quanto erano utili la trigonometria e gli integrali nella vita di tutti i giorni, come le formule matematiche permettano di misurare facilmente le lunghezze di ponti e fiumi, e le altezze delle montagne.

Salvo qualche piccolo inconveniente con i prof che non mi piacevano, tutto sommato, a scuola, me la cavavo e sarei sopravvissuto all’esame di maturità. Non aspiravo al 100 ma sapevo di volermi mantenere sopra l’80; mi sarei aspettato un numero dispari per il mio voto finale ovviamente. Iniziavano i saluti e gli incontri finali tra compagni di scuola; ci si metteva d’accordo magari per cercare un appartamento insieme nella stessa città universitaria. Io non mi misi d’accordo con nessuno perché una città del nord è una meta inusuale per un ragazzo del sud che, magari, avrebbe preferito la capitale. Il trucco per sostenere bene l’esame di maturità era assecondare il professore. Se il professore esterno di storia, che stava in commissione, avesse avuto la camicia abbottonata fino all’ultimo bottone e sistemata dentro i pantaloni, i capelli folti, se fosse stato sorridente lasciando intravedere da quella piccola fessura tra la camicia e il collo uno scorcio di crocifisso, se avesse avuto la fede e i mocassini, sarebbe stato chiaramente di destra. Con un professore così non si sarebbe potuto parlare come si fa nei centri sociali, dove il Che è visto come un eroe, dove si parla con nostalgia di Berlinguer, dove si critica la politica del governo attuale sia di destra o di sinistra. Con un professore così sarebbe stato preferibile parlare di argomenti importanti, come le guerre mondiali, in modo obiettivo.

Assecondando i professori me la cavai abbastanza bene all’esame ma una cosa andò decisamente storta; il mio voto finale fu 96, un numero pari! La mia teoria sui numeri dispari crollò improvvisamente e paurosamente; avevo basato tutto il mio futuro sui numeri dispari e un numero così importante, come il mio voto di maturità, era pari! Stavo sicuramente sbagliando qualcosa nella mia vita; e se non stessi prendendo la decisione giusta sul mio futuro? Tutto sommato ero arrivato a certe decisioni dopo strane coincidenze dovute ai numeri dispari. Ma alla fine mi ero imbattuto in un numero pari, forse non avrei dovuto iscrivermi a una scuola di cinema? Forse non ero adatto a quel tipo di studio? Cambiai idea e decisi di orientarmi verso un’altra facoltà. Ma la città e la mia prima abitazione erano già decise, non avrei potuto cambiare città anche perché gli amici dei miei genitori erano già in attesa del mio arrivo. Decisi quindi di iscrivermi ad una facoltà diversa da cinema, che avrei potuto frequentare in quella città. Decisi di iscrivermi a ingegneria. Anche se mi piacevano fisica e matematica non volevo concentrarmi troppo su uno studio scientifico e quindi decisi di iscrivermi a ingegneria gestionale. La consideravo la meno scientifica tra i settori dell’ingegneria.

Partii quindi per il mio primo viaggio direzione nord. Superai il test d’ingresso ma quando mi recai in segreteria per iscrivermi ebbi un’altra brutta sorpresa; la mia facoltà aveva sede in una sezione staccata, a 100 chilometri dalla mia casa che si trovava proprio accanto alla segreteria. Ormai, in tutte le facoltà, si era conclusa la fase dei test d’accesso e, quindi, mi sarei potuto iscrivere solo ad un’università ad accesso libero. Scelsi quindi informatica senza capirne il perché.

Effettivamente, molte delle mie scelte che hanno caratterizzato l’evolversi della mia vita non hanno un perché. Forse questo è causa di depressione per molta gente, forse questa è la causa della mia depressione. Tutto è iniziato per colpa dei numeri dispari; i numeri dispari sono la causa di tutti i miei mali. Ho appena compiuto 20 anni, un numero pari; ora sono convinto che in realtà i numeri pari avrebbero dovuto orientare le mie scelte e il mio futuro. Sono ancora in tempo per cambiare il mio destino; ho deciso, la mia vita si concluderà con un numero pari. Adesso ho 20 anni e chissà, la mia vita si potrebbe concludere domani.

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