I miei amici esistono – Racconto

I miei amici esistono è nato per un contest letterario sulla diversità dal titolo Diverso sarò io del forum di letteratura PescePiratA del 2013 e adattato a racconto interattivo.

burundanga
Quel che è certo è l’incerto, illustrazione di Giba Giba/Giuseppe Barillaro

I miei amici esistono

Amico 1

Non riusciva proprio a concentrarsi di fronte alla televisione. Le immagini scorrevano lentamente, ma lui rimaneva imperterrito fissando lo schermo senza capire nulla, con la sua espressione da ebete e mangiando il suo solito yogurt greco al sapore di fragola. Quella sera si parlava della famiglia reale spagnola, ma a lui non fregava nulla della famiglia reale spagnola. Mi raccontò come lo perseguitava la voce di sua sorella che gli diceva insistentemente: “guarda il re spagnolo, guarda il re spagnolo, guarda il re spagnolo, guarda il re spagnolo…”. Quella sera decise di abbandonare quella voce molesta e iniziò ad ascoltare sul suo lettore CD portatile una canzone di Bob Dylan continuando a fissare imperterrito la famiglia reale spagnola con la sua espressione da ebete, ma perlomeno ascoltando Subterranean Homesick Blues. Proprio quella sera ebbe la conferma che aveva un problema con la televisione: non riusciva proprio a seguirla. Era un ragazzo normale, con una vita normale, voti a scuola normali, sesso regolare, canne regolari, alcool normale; era insomma un ragazzo regolare. Ma non riusciva proprio a concentrarsi di fronte alla televisione. I suoi coetanei lo evitavano perché era uno che non guardava la televisione. Non guardava persino Dragon Ball. Non poteva commentare con i suoi amici le sensazioni provate durante i 1000 giorni durante i quali Goku si allenava in un’astronave sperduta nell’universo prima di arrivare sul pianeta Namecc, trasformandosi in Super Saiyan e spaccando il culo a Freezer 300 episodi dopo. Non poteva proprio godere di quei momenti con i suoi amici. Non aveva mai avuto l’occasione di parlare di Highlander, o di Guerre Stellari, o di Ritorno al Futuro, proprio non poteva, perché lui non riusciva a concentrarsi di fronte alla televisione. Non conosceva il Festivalbar e Sanremo perché mentre la sua famiglia li guardava alla tele, lui ascoltava la sua musica, magari i Nirvana o gli Yeah Yeah Yeahs, perché non ce la faceva proprio a concentrarsi di fronte alla televisione. Non potendo commentare con nessuno i programmi televisivi, se ne stava sempre solo, considerato da tutti un tipo strano. Ma per me non era strano; era uno dei miei migliori amici.

Amico 2

Diventava rossa per qualsiasi cosa le dicessero: “ti dona bene quella camicia”, “vedo che hai cambiato pettinatura”, “mi presti la tua penna?”, “potresti aprire la finestra?”, “mi andrebbe un caffè, mi accompagni al bar?”. S’innervosiva quando diventava rossa, e s’incazzava di brutto quando qualcuno glielo faceva notare. Iniziava a ridere istericamente per concentrare l’attenzione del suo interlocutore sul suo riso invece che sul suo viso. Ma il colore della sua pelle, sempre più rosso, amplificava la sua rabbia; e quando si accorgeva che il suo riso isterico stava fallendo nel suo intento, senza riuscire a concentrare l’attenzione del suo interlocutore sul suo riso invece che sul suo viso, diventava violenta. Urlava istericamente quando qualcuno la faceva diventare rossa. Ma il colore rosso che la umiliava continuamente non era il suo unico problema: non sapeva andare in bici, non sapeva nuotare, non riusciva a superare l’esame per la patente, era vergine, secchiona e molto religiosa. Purtroppo tutto ciò era sufficiente perché tutti i suoi conoscenti la prendessero in giro. Fondamentalmente era simpatica e interessante, ma le sue stranezze prevalevano agli occhi di chi la incrociava, ed era considerata da tutti una tipa strana. Ma per me non era strana; era una delle mie migliori amiche. Con lei riuscivo ad avere conversazioni interessanti; tra una chiacchierata e l’altra però diventava completamente rossa, ma a me non importava. Non potevo fare un giro in bici insieme a lei; non mi raccontava nulla sulle sue esperienze sessuali, perché non ne aveva; non me ne fregava niente che non sapesse nuotare, d’altronde io neppure sapevo nuotare; m’infastidivano i suoi ideali religiosi e quindi evitavo semplicemente di parlarne. Gli altri però non la tolleravano, lei a volte era triste per questo, ma fondamentalmente riusciva a sopravvivere alla sua solitudine. Ma si sentiva lo stesso molto sola, era effettivamente molto sola perché era considerata da tutti una tipa strana. Ma per me non era strana; era una delle mie migliori amiche.

Io

La cosa che odiavo di più era quando mi buttavano dentro la buca e mi pisciavano addosso; sí, mi pisciavano proprio addosso. Ero il primo della classe, non mi ritenevo antipatico, avrei potuto essere loro amico, però loro mi pisciavano addosso. Una volta mi invitarono a fare un’escursione insieme a loro, erano i fighi della classe, i bulli di cui tutti volevano essere amici. Invitarono proprio me all’escursione, dopo avermi pisciato addosso durante interminabili mesi, finalmente mi avevano accettato e mi avrebbero permesso di stare insieme a loro in un’escursione. Mi portarono in montagna e mi legarono a un albero; mi lasciarono lì per 2 giorni. Mi ritrovai legato a un albero fino a quando uno di loro confessò per paura. Mi ritrovarono dopo 2 giorni sfinito, senza forze, quasi disidratato. Mi pisciavano addosso e mi lasciarono legato a un albero per 2 giorni; a che cazzo mi serviva essere simpatico e il primo della classe? Mi sentivo continuamente umiliato, ogni mattina piangevo in silenzio per qualche minuto prima di recarmi a scuola tremando. Le torture continuavano anche lì, durante l’ora di educazione fisica. Mi bloccavano di fronte al muretto e iniziavano a colpirmi con il pallone facendo a gara a chi mi facesse più male. Io ero un fifone senza padre, sí perché un padre che mi difendesse non ce l’avevo; avevo una madre però. Mia madre non poteva difendermi, non sapeva proprio cosa fare, piangeva in silenzio; anzi pensava di piangere in silenzio, io me ne accorgevo, la sentivo piangere e soffrivo, io sì che lo facevo in silenzio. Infatti io sapevo soffrire in silenzio, mi ero abituato per non provocare ulteriori dolori a mia madre. Mi chiedevo continuamente: “perché mi odiano?”, “perché non mi accettano?”. Me ne stavo solo o con i miei due amici; loro non mi umiliavano, non mi pisciavano addosso, mi rispettavano. Apprezzavano la mia simpatia, per loro non era un problema che fossi il primo della classe. Avevo bisogno di loro, stavamo sempre da soli, non avevamo bisogno di nessun altro. Venivano a visitarmi ogni giorno, ce ne stavamo a casa mia da soli, leggendo, guardando film. I bulli però a scuola continuavano a perseguitarmi, dicevano che sono uno sfigato perché non avevo il papà; mi facevano piangere, ero sempre triste quando non stavo con i miei amici. Gli anni passavano e i bulli continuavano a perseguitarmi; continuavano a pisciarmi addosso, dovevo fare qualcosa. Suicidio? No, volevo vivere; forse mi sarei dovuto drogare per sconfiggere la mia tristezza, o forse no, le droghe fanno male. Mia madre era spaventata ma non a causa dei bulli; io le tenevo nascosta la storia dei bulli. Quando tornavo a casa dopo avermi pisciato addosso, lavavo prontamente i miei vestiti con la scusa di volermi rendere utile in casa, e facevo subito una doccia. Lei in realtà era preoccupata per un altro motivo: mi diceva che dovevo dimenticarmi dei miei amici, di quei miei amici che esistevano solo nella mia fantasia. Perché non riuscivo ad avere un amico vero? Perché dovevo inventarmi quei 2 amici per non sentirmi solo? Dovevo proprio suicidarmi? No, ero triste ma volevo vivere. Ma che fare? Trovai finalmente una soluzione: far uscire i miei amici allo scoperto; non potevano far parte solo della mia fantasia. Decisi di scrivere di me, di loro e dei bulli; no suicidio, no droga, avevo la mia idea ed era arrivato il momento di buttarla giù:

I miei amici esistono

Robert non riusciva proprio a concentrarsi di fronte alla televisione; le immagini scorrevano lentamente, ma lui rimaneva imperterrito fissando lo schermo senza capire nulla, con la sua espressione da ebete e mangiando il suo solito yogurt greco al sapore di fragola.

Karen diventava rossa per qualsiasi cosa le dicessero. S’innervosiva quando diventava rossa, e s’incazzava di brutto quando qualcuno glielo faceva notare. Iniziava a ridere istericamente per concentrare l’attenzione del suo interlocutore sul suo riso invece che sul suo viso. Ma il colore della sua pelle, sempre più rosso, amplificava la sua rabbia; e quando si accorgeva che il suo riso isterico stava fallendo nel suo intento, senza riuscire a concentrare l’attenzione del suo interlocutore sul suo riso invece che sul suo viso, diventava violenta.

Erano perseguitati da un gruppo di bulli, li sputavano da anni, continuamente e ovunque; non ne potevano più. Ma avevano trovato un modo per eliminare definitivamente il loro problema. Un giorno fermarono per strada uno dei bulli; era solo e Karen lo sedusse. Lei era bella, la più bella del quartiere, poteva sedurre chiunque, ma non aveva mai fatto l’amore con nessuno. Quel giorno decise di sconfiggere la sua timidezza e di perdere la verginità. Karen lo portò alla vecchia capanna di suo nonno insieme a Robert, dove iniziò a baciarlo con passione. Fecero l’amore mentre Robert li osservava. Fissava il bullo negli occhi mentre faceva l’amore con Karen. Anche Robert si spogliò, il bullo se ne accorse e sorrise. Dopo aver fatto l’amore con Karen, il bullo e Robert iniziarono a baciarsi. Anche loro fecero l’amore mentre Karen li osservava in silenzio. Il giorno dopo quel bullo smise di sputare Robert e Karen.

Qualche giorno dopo Robert fermò un altro bullo per proseguire con il loro piano. Lo spinse con rabbia contro un muro, il muro della scuola media in una domenica pomeriggio quando quella strada era sempre deserta. Lo bloccò spingendo con forza il braccio contro il suo collo, respirandgli con rabbia in faccia. Robert iniziò a urlare digrignando i denti, gli urlò che l’avrebbe ucciso se l’avesse sputato di nuovo. Il giorno dopo anche quel bullo smise di sputare Robert e Karen.

Il terzo bullo era sempre pieno di lividi; evidentemente qualcuno lo picchiava costantemente. Era un bullo picchiato costantemente che sputava addosso a Robert e Karen. Forse avrebbe avuto bisogno di un amico, forse avrebbe avuto bisogno di sfogarsi. Robert e Karen un giorno fermarono il terzo bullo, un giorno in cui l’incontrarono da solo; iniziarono a parlargli prima che iniziasse a sputarli. Iniziarono a chiacchierare. Chiacchierarono per qualche ora e conclusero la serata insieme, a casa di Robert, guardando un film. Quella sera il bullo non sarebbe stato picchiato; quella sera il bullo scoprì di avere 2 nuovi amici. Il giorno dopo quel bullo smise di sputare Robert e Karen. Tutti i bulli smisero di sputare Robert e Karen. Il piano per eliminare definitivamente il loro problema aveva funzionato.

Epilogo

Robert e Karen erano i miei migliori amici, loro non mi umiliavano, non mi pisciavano addosso, mi rispettavano. Loro mi avrebbero aiutato a eliminare anche i miei bulli. O forse no. Forse la mia fantasia non poteva aiutarmi. Robert e Karen avevano un piano per eliminare definitivamente il loro problema solo nella mia fantasia. Avevo bisogno di un piano concreto, no come quello ideato dalla mia fantasia; avevo decisamente bisogno di un piano reale. Una notte fu sufficiente a trovarlo. Avevo trovato anch’io, come Robert e Karen, un modo per eliminare definitivamente il mio problema. Il mio piano sarebbe stato un po’ diverso però, forse un po’ più drastico e pericoloso, ma ugualmente efficace. No suicidio, no droga, no fantasia, avevo il mio piano ed era arrivato il momento di reagire. Dovevo solo procurarmi un’arma.

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