Chuck Palahniuk

Chuck Palahniuk possiede una laurea in giornalismo, ma dopo aver finito l’università nonostante i suoi studi decide di lavorare come meccanico e fare volontariato per i senza tetto, conoscendo vari personaggi che inziano a ispirare la sua vasta opera letteraria. Il suo primo romanzo fu Fight Club, reso celebre anche dall’omonimo film diretto da David Fincher, opera dal successo straordinario in termini sia di vendite che di critica e che lo rese celebre a livello internazionale.

Fight Club è per me una delle migliori versioni cinematografiche di un libro, dovuto anche al genio di David Fincher e, insieme a qualche altro romanzo di Palahniuk, uno dei libri più rivoluzionari degli ultimi trent’anni. L’autore dichiarò spesso di essere stato ispirato da Irvine Welsh e Bret Easton Ellis per il suo stile minimalista e per i suoi personaggi quasi sempre reietti della società che sfociano, per un motivo o per un altro, in un’esistenza violenta. A mio parere va oltre gli autori che l’hanno ispirato perché Palahniuk dà vita a una nuova forma di violenza -a tratti comica nel caso di Welsh, esasperata e fastidiosa nel caso di Ellis- che nei suoi romanzi diventa surreale e fa riflettere.

Nelle storie di Palahniuk il personaggio assorbe la storia, accompagna il lettore in una serie di aneddoti che creano una narrazione che ruota intorno al protagonista. In Fight Club un nichilista ossessionato dal consumismo accompagna il lettore nel suo club della lotta; in Survivor il sopravvissuto a una setta di fanatici religiosi racconta la storia mentre si trova da solo su un aereo che sta per schiantarsi; oppure in Invisible Monsters una modella sfigurata accompagna il lettore in uno scioccante on the road. Il personaggio che domina sulla storia arricchita da violenza surreale si ripete in tutte le opere di Palahniuk, anche in altri suoi romanzi di successo che consiglio di leggere come Soffocare, Ninna nanna e Diary. Mi piace definire lo stile di Palahniuk paranoico oltre che unico. Credo infatti che l’autore americano cerchi di trasmettere ai suoi lettori un senso di paranoia alternando nel testo pezzi di frasi, suoni, dialoghi, o gesti che si ripetono ciclicamente durante una narrazione che comunque si mantiene sempre lucida. Per tutto questo Palahniuk è a mio parere uno degli autori contemporanei più stravaganti in circolazione che vale la pena leggere. D’altro canto, il maggior difetto di Palahniuk è che, purtroppo, alla lunga stanca.

 

Essendo diventato un fenomeno commerciale un po’ in tutto il mondo ormai, scrive perché gli tocca farlo. Credo che ormai avvenga lo stesso in ogni forma d’arte, compreso nel cinema, basti pensare a Tim Burton che ormai fa film e riempie i cinema perché appunto è Tim Burton indipendentemente dalla qualità delle sue opere. Io ho apprezzato molto Palahniuk fino a un certo punto della sua carriera, prima di perdersi nel suo ruolo e iniziare a ripetersi, per intenderci da Fight Club del 1996 a Gang Bang (di cui preferisco il titolo originale Snuff) del 2008. Ai già citati titoli che ho apprezzato aggiungo Cavie, raccolta di racconti dove per me Palahniuk ha dato il meglio di sé sia nel suo stile, che nel messaggio che vuole dare, una forte critica alla smania di successo la cui superficialità annulla i valori veri della vita.

Il declino di Palahniuk secondo me è stato lento e si è manifestato chiaramente da Pigmeo (non sono l’unico a dirlo), romanzo successivo a Gang Bang. Consiglio comunque tutta la sua produzione letteraria anteriore a chi ha apprezzato libri come American Psycho o Trainspotting, a chi è appassionato del Pulp letterario di Don DeLillo e degli stessi Irvine Welsh e Bret Easton Ellis, e del Pulp cinematografico di Tarantino, ma che allo stesso tempo vuole leggere qualcuno che è riuscito ad andare oltre i geni che l’hanno ispirato, creando il suo proprio inconfondibile stile. Peccato che una voltra trovato questo stile così innovativo, ha iniziato a copiare (male) proprio da se stesso.

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