Ma si pensa realmente che storpiando una lingua si possa risolvere il problema del patriarcato? Aiutatemi a capire.

Oggi propongo un post insolito per il mio blog, sia per contenuti che per tempi di stesura visto che di solito rifletto durante molto tempo prima di iniziare a scrivere qualcosa, mentre oggi questo pensiero è nato all’improvviso. Da qualche tempo ormai leggo in molti testi spagnoli (per motivi familiari “bazzico” lo spagnolo quanto l’italiano) plurali “neutri” usati per non discriminare, o penalizzare, o ditemi voi cosa perché non lo capisco, il sesso femminile. Per esempio adesso todos (plurale spagnolo di tutti) si sta trasformando in todes (plurale che non esiste) per includere sia uomini che donne. Io con mia moglie (spagnola, femminista, lottatrice instancabile a favore dei diritti delle donne, filologa e che la pensa come me) mi vantavo del nostro italiano che non ha vocali a disposizione per creare un nuovo plurale “neutro” (a parte la “u” che suona male), che storpiasse pure la nostra amata lingua. Ma ecco che all’improvviso in molti blog e profili su Instagram che seguo, ho iniziato a vedere questa nuova moda del plurale “neutro” stavolta variabile. Così che tutti può diventare tuttx, tutt@, tutt~, insomma, si è capito.

Innanzitutto (per favore correggetemi se sbaglio), tutti plurale maschile e tutti plurare inclusivo sono due parole diverse che non hanno nulla a che vedere con il genere, il maschilismo, la misoginia e il patriarcato, sono difatti omonimi, come pesca cattura del pesce, e pesca frutto. Ma se anche ci fosse una sfumatura razzista nei confronti delle donne, cosa ovviamente incorretta perché la lingua non è razzista, pensate che realmente storpiando l’italiano si possa risolvere qualcosa (non capisco cosa) creato dal patriarcato? Ci saranno altri metodi, io per esempio cerco di sensibilizzare i mie studenti, faccio notare che io sono femminista, partecipo attivamente a manifestazioni. Attenzione, sono sicuro al 100% che anche chi storpia la lingua è attivo e consapevole del problema e cerca di dare il proprio aiuto, ma forse, almeno per me, sta anche contribuendo a diffondere una nuova moda creata proprio dal patriarcato per distogliere l’attezione dal problema vero, il femminicidio. Aiutatemi a capire cosa mi sto perdendo e scusatemi se ho offeso qualcuno orgoglioso del plulare neutro variabile. 

23 commenti

  1. La questione è piuttosto complessa e spinosa e sono sicuro che persone più esperte di me ti diranno meglio i perché di tali scelte.
    Da quello che so, una parte di chi favorisce nuovi modi di scrivere ritiene che la lingua, in realtà, sia sessista, perché frutto di una società che fu (e in buona parte è ancora) patriarcale.
    Inoltre, le modifiche al linguaggio servono non solo per includere le donne quando ci si riferisce a gruppi misti, ma anche a includere chi non si identifica in un genere o non vuole farlo.
    Però, ripeto, non sono esperto e ci vorrebbero pareri più informati del mio.
    A me non piacciono molto questi cambiamenti (so che le lingue evolvono, ma in genere – credo – lo fanno spontaneamente e non per “imposizione”… e quando è per imposizione in genere è un segnale di qualcos’altro che non va, tipo il “voi” fascista), però se può servire a far sentire più rispettate alcune persone, ci può anche stare.
    Forse una società veramente equa non si occuperebbe di queste cose, perché l’uguaglianza ci sarebbe in concreto e in sostanza, ma dato che non viviamo in una tale società, il malumore si indirizza anche verso questi temi, visti come esempio di discriminazione.

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    • Grazie per aver condiviso la tua opinione. Io concordo in parte, perché credo che il problema non si risolva cambiando la lingua, ma cercando di cambiare le persone in meglio. Il plurale neutro o inclusivo (veramente non so come definirlo) mi sembra più che altro una moda che se non segui ti fa etichettare come un insensibile o “amico” del patriarcato.

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  2. Mio punto di vista:
    il discorso è lo stesso che per i termini usati per riferirsi alle persone nere: non è che se io smetto di usare la n-word la polizia smette di uccidere/malmenare i neri senza motivo e Salvini si convince che nero=spacciatore/tossico/stupratore è una stronzata razzista. Però la n-word è offensiva, e smetto di usarla perché è offensiva, punto: non per il movimento antirazzista, non per chissà che grande ideale rivoluzionario, ma perché è una parola offensiva che rimanda allo schiavismo, alle lotte di liberazione, all’apartheid.
    Rivolgersi ad una platea mista usando il maschile sovraesteso è maschilista, quindi bisognerebbe smettere d’usarlo semplicemente perché è offensivo. Ovviamente scrivere “tutt*” al posto di “tutti” non risolve il femminicidio, ma il femminicidio non è l’unico problema, è solo il più evidente (ed è il culmine di un’intolleranza meno visibile che passa anche per il linguaggio che si usa: come per la parola ne*ro).

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    • Ciao grazie per aver condiviso il tuo pensiero. Però io ancora non capisco cosa vuoi dire con “Rivolgersi ad una platea mista usando il maschile”. Tu ti rivolgi a una platea mista usando il plurale misto che è omonimo del plurale maschile. Ribadisco l’esempio della parola “pesca” usata sia come caccia al pesce che come frutta, così come la parola “tutti” usata come plurale maschile e plurale misto. Quello che dici sui neri è un’altra storia e mi sembra un po’ ridicolo (scusami ma non so in che altro modo definirlo) dare del maschilista a chi usa correttamente la grammatica italiana, e considerare una persona educata che non offende a chi non conosce il significato della parola omonimo. Quindi mi dispiace ma non hai dato una risposta razionale alla mia domanda.

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      • Io invece non capisco che c’entra l’esempio della pesca. In quel caso sono due parole diverse, intendono cose completamente diverse ed hanno radici diverse: nel caso di “tutti” la parola non è omonima, è proprio la stessa, ne viene cambiato solo il genere (da maschile a neutro).
        Usare una parola di genere maschile per parlare di un gruppo di maschi E femmine è maschilista: non ho detto che sei maschilista tu che non usi asterischi e schwa, ho detto che l’uso del maschile sovraesteso è maschilista. L’italiano, come altre lingue, è una lingua maschilista: non lo dico io e non lo dico con fare polemica, è un dato di fatto, è scritto sui libri di grammatica. Usiamo il maschile sovraesteso per convenzione grammaticale, non per misoginia: ciò non toglie che se non sai il genere della persona che hai di fronte o stai parlando ad un pubblico che non è interamente maschile/femminile usare il neutro sarebbe una forma di rispetto.
        La lingua cambia di continuo, il linguaggio non è fatto per rimanere immutato e scolpito nella pietra ma per riflettere la cultura e la società, che grazie al cielo cambiano e mutano di continuo.

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    • Visto. Ho chiarito il mio punto sulla presunta omonimia tra plurale maschile e plurale inclusivo, lo rimetto nel cassetto, ti ringrazio per aver condiviso il video e riformulo la mia opinione. Sono ancora contrario e i motivi sono tanti, uno su tutti è che questa nuova tendenza sta oscurando e infastidendo le problematiche che rivendicano le femministe: dare la giusta visibilità e i giusti diritti alle donne. Siamo tutti inclusi nelle lingue, le lingue non offendono, non sono razziste e l’uso della ə non ci rende persone migliori ma contribuisce a confondere le idee, è per me il cavallo di Troia del patriarcato e purtroppo sta funzionando.

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      • Abbiamo due punti di vista molto diversi: temo che per confrontarci e capirci sul serio, pur nel disaccordo, avremmo bisogno di più spazio e di più tempo rispetto a quelli offerti dai commenti a un post.
        Da una parte io dovrei informarmi meglio sul perché il tentativo di utilizzare un linguaggio inclusivo abbia finito col venire visto come un ostacolo alle rivendicazioni femministe (la faccenda, lo ammetto, non mi è ancora così chiara). Dall’altra tu dovresti recuperare un’altra parte del dibattito. Quando ho iniziato ad adottare la ə ho spiegato i motivi della mia decisione: non è stata una scelta dettata da una “moda”, ma da un ragionamento sulla lingua iniziato mesi fa.
        Comunque ti ringrazio per aver visto il video e averci riflettuto sopra.
        A me resta solo il rammarico di non aver fatto passare un messaggio: ho un po’ l’impressione di aver parlato (scritto) al vento. Ma in questo momento non ho le energie e la concentrazione necessarie per affrontare una questione così complessa e delicata nel modo migliore.

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        • Hai ragione, non é per niente facile confrontarsi su temi cosí delicati tramite post. Capisco quando dici che non hai concentrazione ed energie per affrontare la questione perché capita anche a me. Ti dico solo che sono consapevole che chiunque usi la ə é bella gente, empatica che si preoccupa per il prossimo, quindi pur non condividendo questa abitudine rispetto chi lo fa e scambiare opinioni di questo tipo in un modo o nell’altro é sempre utile (il video che mi hai suggerito mi ha chiarito molti dubbi). Grazie per aver condiviso la tua opinione. Se t’interessa (ma solo se hai tempo e voglia), ho cercato di spiegare nella risposta sotto a Baylee perché vedo il linguaggio inclusivo come un ostacolo alle rivendicazioni femministe. Spero di tornare presto a scambiare anche opinioni di letteratura con te 🙂

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  3. Fare della lingua un terreno di lotta femminista è un’idea abbastanza datata (anni Settanta del secolo scorso, se non ricordo male): ovviamente il modo di farlo è cambiato nel tempo e direi che nel tempo è uscito dalla nicchia femminista per entrare nel mainstream, che è il motivo per cui se ne parla così tanto. Quello che mi sembra non passare è che questo è uno dei tanti terreni di lotta, non l’unico: ovvio che uno schwa non cambi il fatto che la violenza sulle donne e di genere sia ancora endemicamente presente, ma è anche vero che io, come singola, non posso fare granché al riguardo. Posso votare partiti più sensibili al tema, posso fare donazioni ai centri antiviolenza e così via, ma non ho modo di essere davvero incisiva in questo cambiamento. Una cosa che posso fare, e nel mio piccolo cerco di farlo, è cercare di lavorare su me stessa per liberarmi delle influenze patriarcali e diffondere a mia volta una cultura femminista. Per me questo lavoro su me stessa e sulla diffusione di cultura passa anche dal modo in cui ci si esprime e questo è uno dei motivi per cui da anni sul mio blog scrivo usando i vari neutri proposti (nel tempo ho usato l’asterisco, la “u”, la “@”, le perifrasi, ho fatto vari esperimenti). Non lo so se lo schwa è solo una moda, ma sono abbastanza sicura che non sia il punto di arrivo: usandola, mi rendo conto che non è sempre la soluzione migliore, ma la mia speranza è che nell’uso escano fuori soluzioni migliori.

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    • Sono d’accordo con quello che dici e hai anche parlato (anche se indirettamente) del motivo per cui non condivido il cambio di una lingua per essere inclusivi. Credo che non sia piú un terreno di lotta femminista ma si stia estendendo per solidarietá nei confronti di chi non si identifica nel proprio genere, come non binari e transgender. La loro lotta per me non ha nulla a che vedere con il femminismo, perché non basta sentirsi donna per essere una donna. Premetto che ognuno deve essere assolutamente libero di sentirsi come gli/le pare, ma non trovo giusto usare mezzi propri del femminismo (come il cambio della lingua che continuo a non accettare ma che non mi turba piú di tanto) per rivendicare i propri diritti. Mi spiego, se un non binario si sente donna per tre giorni a settimana, oppure un transgender si sente donna a seguito di un’operazione dopo essere stato uomo (ma anche senza operazione), non ha il diritto di rivendicare i problemi delle donne, fondamentalmente per due motivi: primo per una questione di rispetto nei confronti delle donne realmente vittime del patriarcato (é come se io domani mi sentissi nero e iniziassi a rivendicare i problemi del razzismo) e secondo per non interferire negli spazi lasciati alle donne. Riguardo a quest’ultimo concetto ti faccio un esempio di cronaca: negli stati uniti un misogino ha preso a martellate la cugina dopo averla violentata, ha cambiato sesso e ora si ritrova a scontare la sua pena in un carcere femminile. Hanno messo uno psicopatico misogino in mezzo a delle donne e la misoginia non la perdi con un’operazione chirurgica. Detto questo, lascerei in pace le lingue e lascerei in pace qualsiasi cosa legata alla lotta delle femministe e rivedrei le modalitá di inclusione di chi non s’identifica nel proprio genere. Come? Non credo ci sia un modo preciso, io mi limito ad agire come faccio con qualsiasi altra persona vittima di razzismo e incomprensione: trattandola con rispetto. Spero di essermi spiegato e non aver offeso nessuno, perché é un concetto delicato e difficile da trasmettere.

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      • Non capisco perché una persona trans o non binaria non possa rivendicare i problemi delle donne. Se una persona non binaria rimane incinta, non ha diritto di ricevere supporto per ogni difficoltà incontrata insieme alle donne che hanno fatto la medesima esperienza? Se una donna trans viene violentata, non ha diritto alla stessa rete di assistenza a cui possono accedere tutte le altre donne? In che modo l’accoglienza di queste persone interferisce con gli spazi dedicati alle donne? Sicuramente una donna trans ha un percorso di vita diverso dal mio, ma lo stesso potrei dire di una donna nera, una donna lesbica, una donna povera: ognuna di queste donne ha bisogno di uno spazio per parlare di quella specifica forma di discriminazione, ma quando la violenza che ci colpisce è di stampo patriarcale, per quanto mi riguarda siamo tutte sorelle nel femminismo.
        Riguardo all’esempio che porti, mi sembra esemplificativo di come la divisione rigida in base al sesso sia troppo crassa per essere efficace. Mi dici che non è giusto lasciare questa donna nella sezione femminile vista la natura del reato che ha commesso: okay, ma sarebbe giusto sistemarla nella sezione maschile? Una persona che, a quanto mi racconti, è transizionata verso il genere femminile e quindi è socializzata come donna? Non pensi che sia a rischio di violenza sessuale?

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