Il matrimonio di mio fratello – Recensione

… Le gettoniere delle cabine telefoniche della SIP, frequentate da lunghe processioni di vacanzieri distratti, traboccavano di monete: bastava spingere il tasto giallo della restituzione per mettere insieme piccoli gruzzoli, facili da tramutare in gettoni della sala giochi …
Autore: Enrico Brizzi
Pagine: 497
Anno: 2015
Casa Editrice: Mondadori
Disponibilità: Libro cartaceo e versione digitale
Dove acquistarlo: Ibs

Era dai tempi di Jack Frusciante è uscito dal gruppo e Bastogne (fine anni 90) che non leggevo un libro di Brizzi. Riprendo l’autore bolognese oggi con questo romanzo che è un punto d’incontro tra l’avventura e un libro di formazione. Racconta la storia di Teo che va alla ricerca del fratello Max, scomparso in un luogo imprecisato delle Dolomiti insieme ai figli. Teo intraprende un viaggio accompagnato dai ricordi dell’infanzia, dell’adolescenza e del raggiungimento della maturità; tutte epoche vissute insieme alla famiglia, agli amici e agli amori, elementi essenziali durante tutta la narrazione. È quindi un viaggio intrapreso nel presente con un occhio al passato. Un’occhio oggettivo di un ragazzo nato alla fine degli anni 70 che racconta eventi storici dei suoi tempi (molto vicini ai miei), come l’attacco all’Iraq dell’occidente, l’attentato a Falcone, il PSI di Craxi, la crisi economica europea, o l’avvento di Facebook e le ossessioni per i “like” nelle nostre vite.

La storia è ricca di dettagli -descrizioni di luoghi, situazioni e personaggi- e riflessioni -su tanta roba, come religione, sesso, amore, ambizioni- del protagonista, che a tratti potrebbero annoiare. Io difatti ho avuto la tentazione di saltare qualche paragrafo a mio avviso troppo prolisso, ma non l’ho fatto perché tendo a leggere tutto nei libri che voglio recensire. Questa nota negativa è dovuta a presenze di parti che rendono tedioso il testo e che a mio avviso si potevano evitare: battibecchi tra suocere, riunioni di lavoro con dialoghi colmi di dettagli tecnici, statistiche su imprese di scalatori, litigi interminabili tra fratelli di cui per me la storia avrebbe potuto fare a meno.

A parte questo rimangono vari aspetti del romanzo che ho apprezzato, elementi che avevo già trovato nelle opere precedenti di Brizzi che ho letto. È per me l’autore simbolo dei quarantenni italiani che hanno vissuto la propria adolescenza negli anni 90. Quando leggo Brizzi un senso di nostalgia mi pervade, sempre, mi lascio prendere dalla malinconia, sorrido per quei ricordi che ho vissuto immerso in tradizioni, bolognesi nel libro, ma comuni in tutta Italia. Gli adulti che vanno a lavorare in vespa, le cabine telefoniche della SIP, il telefilm Hazzard, la lira, il pallone Super Santos, i bomber arancioni. Un concerto di Prozac, Afterhours e Marlene Kuntz che si alternano sul palco è la ciliegina sulla torta (anche se in questo caso eventi del genere purtroppo li dovevo cercare fuori dalla mia Calabria orientata maggiormente verso Dick Dick, Camaleonti e affini).

A parte le descrizioni prolisse e inutili che ho citato, fondamentale mi piace come scrive Brizzi. I suoi personaggi sono reali; parlano, vivono, sopravvivono e si emozionano come noi lettori che ci possiamo identificare in quelle esistenze, come quelle tra fratelli che riescono ad amarsi grazie al vincolo familiare in grado di unire due persone completamente diverse tra loro. Nonostante i punti deludenti e tediosi, pochi ad essere sincero, consiglio il libro a chi ama i romanzi di formazione anche se per me Brizzi il meglio l’ha dato con Jack Frusciante è uscito dal gruppo e Bastogne. Riprenderò di sicuro l’autore bolognese e parlerò presto di altri suoi romanzi. Stay tuned…

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