Parlo da anni degli scrittori che aprezzo, tanti americani e italiani, e altri autori di molti altri Paesi. Eppure, c’è una cosa che mi ha sempre colpito: non avevo mai dedicato un post a uno scrittore spagnolo. È curioso, perché leggo molta letteratura spagnola e ci sono tanti libri che ho apprezzato. Finora, però, non avevo mai incontrato un autore che mi colpisse al punto da meritare un post come quelli che ho dedicato ai miei scrittori preferiti. Oggi questa eccezione finalmente c’è. Voglio parlarvi di Javier Peña, uno degli autori spagnoli che più mi hanno conquistato negli ultimi anni, e raccontarvi perché la sua scrittura mi ha colpito così tanto.
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Javier Peña è un autore eclettico che, pur avendo pubblicato poco, ha saputo cimentarsi in generi molto diversi tra loro. Ha raccontato storie di vita fatte di sentimenti autentici, ha reso omaggio a suo padre con un saggio arricchito da ricordi e aneddoti personali e ha perfino scritto un thriller così avvincente da conquistare anche me, che con questo genere ho sempre avuto un rapporto difficile, salvo rarissime eccezioni. Che io sappia, Javier Peña ha pubblicato soltanto con Blackie Books, una casa editrice di Barcellona per cui provo un rapporto di amore e odio. Prevale decisamente l’amore, perché nel suo catalogo ho trovato molti libri fuori dai canoni più convenzionali che ho apprezzato moltissimo. Ogni tanto, però, arrivano anche le delusioni: a mio parere ha puntato su alcuni autori che hanno esordito in modo brillante, ma che non sono riusciti a confermarsi con i libri successivi. C’è poi un altro aspetto che mi lascia perplesso: in alcune scelte editoriali ho l’impressione che l’attenzione all’idelogia woke finisca per prevalere sulla qualità letteraria. Quando questo accade, credo che l’equilibrio tra progetto culturale e valore dei libri ne risenta. Ma questa è un’altra storia, oggi mi soffermo su questo grande autore.
Nella sua prima opera parla di come l’essere umano riesca a convivere con la propria infelicità e accende una curiosa riflessione: parlare della felicità della gente annoia, perché è una sensazione con poche sfumature e che, in fondo, non interessa agli altri. Invece, ci sono molteplici modi per essere infelici, ognuno dei quali crea una reazione particolare: tristezza, paura, angoscia e, paradossalmente, un barlume di allegria che risveglia la felicità di chi è felice.
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Il suo secondo libro è pura follia, Agnes. L’autore scrive una collezione di racconti e riflessioni prese da un diario che compongono una storia frammentata nel tempo, e riesce a nascondere il genere del romanzo. Anzi il genere se lo può scegliere direttamente il lettore a seconda del suo stato d’animo. L’ho letto in un periodo in cui ero in guerra con la casa editrice che l’ha pubblicato per qualche delusione di troppo, ma grazie a questo romanzo ho fatto la pace con Blackie Books. Agnes è uno di quei libri che vorresti raccontare alla prima faccia amica che ti ritrovi davanti subito dopo averlo letto. Consigliato.
In Tinta Invisible (titolo originale della versione spagnola) l’autore dà l’addio al padre negli ultimi momenti della sua vita, intrecciando il commiato con storie e aneddoti di scrittori che, in modi diversi, hanno accompagnato e segnato il loro rapporto. Tra queste pagine ho trovato saggezza, malinconia e un omaggio emozionante a un padre, con cui l’autore ha costruito una relazione affascinante quanto i romanzi che hanno condiviso. Di Peña consiglio tutto quello che ha scritto: le sue opere non trasudano allegria, ma sono piccoli tesori letterari. Non so se Javier Peña sia già stato tradotto in italiano: se non lo è, sarebbe davvero un peccato.




