Sul soffitto – Recensione

… Una nebbia che sale dalla melma, questa è la natura secondo l’uomo prigioniero di un sogno deprimente, duro, violento, che prende per la realtà – si è inventato tutto. La sua immaginazione da sola ha vestito il re con un cappotto di ermellino foderato del sangue dell’animale, ha imposto un ordine in cui si distinguono le figure aleatorie del mercante, del contabile, del despota militare. L’artista disprezzerà i prestigi ingannevoli dell’immaginazione che fanno il successo di questa farsa …
campo-di-concentramento-senza-lacrime Autore: Éric Chevillard
Pagine: 144
Anno: 2015
Casa Editrice: Del Vecchio Editore
ISBN: 978-8861101425
Disponibilità: Versione E-book e Libro Cartaceo
Dove acquistarlo: Del Vecchio Editore

Il protagonista di questo libro è un uomo che se ne va in giro con una sedia in testa e vive su un soffitto. All’inizio non si sa come faccia, non s’intuisce la dinamica che gli permette di vivere su un soffitto con una sedia in testa, ma è così, ed è per lui una cosa normale, come stare seduto su una sedia poggiata su un pavimento. L’originalità, componente che apprezzo sempre nelle mie letture, a volte non basta perché la storia potrebbe rimanere prigioniera di quell’originalità senza evolvere e rischiando di annoiare. Ma non è il caso di Sul soffitto. All’inizio quella sedia sulla testa del protagonista doveva solo servirgli da bambino per poter crescere dritto. Tuttavia la mantenne anche dopo la sua infanzia, lo raddrizzò, e non lo lasciò per parecchi anni della sua vita.

Lui rispetta le sedie, nonostante vengano usate per controllare i bipedi dentro le chiese, le scuole, o nei cinema e in altri luoghi, secondo lui, pieni di greggi. Per questo lui si vuole distinguere e si ostina a portare quella sedia sulla testa, allontanandosi da quel gregge di cui non vuole essere parte. Se ne va in giro con la sua sedia in testa reclutando coinquilini da portarsi sul soffitto, altri personaggi strani che non portano le loro sedie in testa, ma ugualmente peculiari. La descrizione di ogni personaggio che si unisce al protagonista per cercare casa insieme è di per sé una piacevole lettura, come quella di Egger. Una lunga faccia gialla dalle labbra sottili, due globi oculari quasi del tutto visibili che sfuggono alla presa troppo molle delle palpebre e potrebbero ad ogni modo defluire dalle narici spalancate per perdersi lentamente nel circuito delle rughe di questo viso con contorno di zucchine del Friuli. Anche se a volte è un po’ duro come nel caso di Kolski di cui dice: puzzava come una fogna e trovai rifugio nel suo odore, un riparo sicuro, esso mi proteggeva come un vetro blindato dalla folla ostile.

La sedia in testa è in realtà una metafora che rappresenta qualsiasi condizione di malessere, fisica o psicologica, e che non viene assecondata dalla società. Il nostro protagonista per esempio si lamenta di come nessuno abbia mai pensato a fare dei vestiti fatti apposta per quelli che se ne vanno in giro con una sedia in testa. Poi aggiunge che in fondo non sarebbe complicato farlo felice, basterebbe per esempio sollevare un po’ i soffitti per rendergli la vita più comoda. Dietro il surrealismo di questa storia si nascondono anche denunce sociali, critiche sull’assenza di strutture adeguate per i disabili o su cantieri aperti per opere onerose, inutili e mai concluse. Sono critiche sulla società francese ma che si potrebbero adattare a qualsiasi altro Paese, compresa l’Italia. Sul soffitto è un libro che a volte spiazza perché parla di problemi sociali, quali l’emarginazione, e la descrizione di un panino con lo stesso pathos.

Chevillard non è un autore sintetico e facile da seguire, mi ricorda Saramago per le sue frasi lunghe che racchiudono un determinato argomento, che a loro volta racchiudono altri argomenti, senza far perdere al lettore il filo principale di ciò che ci racconta. Una chiacchierata sul soffitto può includere temi religiosi, un’analisi dettagliata sui suoi pro e contro, passando a una conversazione tra amiche prendendo un tè, per poi tornare alla trama iniziata sul soffitto. Magari tutto in un’unica frase, senza punti, senza perdere nessun riferimento. Così Chevillard ci racconta come il corpo del protagonista si abitua alla sedia allo stesso modo in cui il corpo del bradipo si abitua alla sua pigrizia. Leggendo ci domandiamo per quanto tempo la sedia continuerà a far parte del suo corpo, se ci rinuncerà mai, in frasi con pochi punti, poche virgole, con conversazioni amalgamate nel testo alle descrizioni che ci ricordano, appunto, Saramago. Ed è anche per questo che ho apprezzato molto questo libro.

Il soffitto occupato dal protagonista insieme ai suoi amici è quello dell’abitazione del padre di Méline, una delle sue coinquiline. Durante la lettura del libro si ha la sensazione che non verrà mai spiegato come facciano i personaggi a vivere sul soffitto. Tuttavia, alla domanda costante di colui che si ritrova il suo soffitto occupato da quei stravaganti personaggi “ma come fate a vivere sul soffitto?” la risposta ci sarà, darà una logica alle assurdità del libro, e lascerà di stucco.

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