Incomprensioni letterarie II

Tempo fa scrissi un post su classici immortali che non mi hanno preso raccontandone i motivi. Usai la parola incomprensione tra virgolette al posto di odio per rispetto di chi apprezza gli autori e i libri citati in quel post. Ne nacque un’interessante conversazione con altri lettori che si sono uniti al mio post/sfogo presentando le proprie di incomprensioni letterarie, così che oggi ho deciso di presentare un nuovo post con un altro tipo di incomprensione letteraria. Qui infatti parlo di tre autori e tre libri che, considerando i miei gusti letterari e il loro spessore in generi che io amo, dovrebbero entusiasmarmi ma che invece, ahimè, hanno provocato tanta “incomprensione”. Si tratta di autori e libri a cui ho dato varie possibilità, perché pensavo che prima o poi mi avrebbero conquistato, ma che invece non hanno fatto scattare la scintilla. 

burundanga

Inizio con l’autore che, secondo la logica dei miei gusti letterari, più di ogni altro avrebbe dovuto conquistarmi durante la lettura delle sue opere. Autore che ho apprezzato qualche volta in vari racconti e parti di un suo libro enciclopedico, ma che alla fine ha generato perlopiù una profonda “incomprensione”: David Foster Wallace (DFW). Ho parlato di recente del suo Infinite Jest in due post. Nel primo ho raccontato come lo scrittore statunitense sia stato tra i maggiori esponenti dell’Avantpop, genere letterario che io amo. L’utilizzo di elementi provenienti dai mass media nella letteratura, come l’introduzione di videogiochi, dialoghi da cinema o l’uso di Internet con stili di scrittura alternativi sono elementi che ho sempre apprezzato. Ho parlato dei lavori di Douglas Coupland per esempio, il mio autore Avantpop preferito, e ce ne sono altri che ammiro e di cui prima o poi parlerò, come Joe R. Lansdale e Michael Chabon. Questi autori mi hanno trasmesso messaggi ed emozioni tipici di classici romanzi di formazione come Il giovane Holden o il nostrano Jack Frusciante è uscito dal gruppo. Tuttavia con i loro stili sperimentali, a parte la narrazione di vite di tutti i giorni, presentano componenti Avantpop che danno un tocco noir, pulp o dispotico alle loro storie. Nelle mie letture DFW, invece, ha spesso fallito. Qui come sempre esprimo pareri personali che non vogliono togliere nulla ai geni letterari, e qui oggi dico che DFW, secondo me, tante cose le diceva per burlarsi del lettore. Cose senza senso su cui i critici letterari che l’amano un senso ce l’hanno costruito. La mia “incompresione” verso la sua prosa l’ho spiegata in dettaglio nella seconda parte della mia recensione di Infinite Jest, l’apoteosi del suo non senso ricercato.

Bret Easton Ellis (BEE) è l’antagonista per eccellenza di DFW. Entrambi hanno creato una sfida infinita simile a quelle musicali tra Beatles e Rolling Stone o Oasis e Blur nel Regno Unito. Nel caso di BEE e DFW si parla di sfida sul postmodernismo americano formalmente, e su “incomprensione” letteraria nel mio post. BEE è l’esponente della parte più pulp del postmodernismo con il suo stile crudo e violento in storie caratterizzate da dialoghi surreali simili a spot pubblicitari che trasmettono il peggio della società statunitense. Devo ammettere che lui è stato il creatore di questo genere (spero di non sbagliarmi) che ha dato il via a tanta roba letteraria che io apprezzo tanto, come lo scrittore Chuk Palahniuk e i Cannibali italiani. La mia “incomprensione” nei confronti di BEE è dovuta alla violenza esasperata e a tanti suoi personaggi che non sopporto per la loro antipatia e accidia. American Pshyco, per esempio, regala tanto su cui riflettere ma a mio parere ha una narrazione molesta dovuta a tante torture inutili e personaggi che avrei preso a pugni (forse, visto che io sono un non violento e non ho mai fatto a pugni).

Tanti miei amici che conoscono la mia passione per la letteratura e i miei gusti letterari mi hanno consigliato le opere di Michel Houellebecq, un provocatore che non può lasciare indifferente. Controverso, alternativo, critico e spietato, sempre politicamente scorretto, attaccato da parte della critica che l’ha definito addirittura osceno, misogino e razzista. Insomma le componenti per farmelo apprezzare c’erano tutte. Ho letto difatti varie sue opere prima di comprendere definitivamente che l’autore francese non avrebbe sconfitto la mia “incomprensione” nei confronti delle sue opere. Personalmente, dietro le sue provocazioni non ho trovato nulla, solo tanta volgarità suppongo usata apposta per far parlare di sé riuscendoci alla grande. Trovo anche che tratti in modo freddo culture con cui, forse, ha avuto poco a che vedere descrivendo e giudicando posti con scarsa introspezione e senza empatia. Durante le letture dei suoi libri, l’ho sempre immaginato come il tipico hater che trascorre il proprio tempo seduto su una scrivania mentre sputa su cosa non gli piace senza produrre nulla di intellettualmente interessante, peccato. 

Esiste un romanzo che, dopo due tentativi di lettura terminati male, anzi non terminati, continua ad affascinarmi per il movimento letterario che gli ruota attorno ma che purtroppo ha provocato dentro di me solo “incomprensione”. Si tratta di On the road (in italiano tradotto Sulla strada). Il suo autore, Jack Kerouac, è stato il fondatore di un movimento culturale simbolo della ribellione giovanile degli Stati Uniti della fine degli anni sessanta che io adoro, la Beat Generation. A parte il significato e i principi del movimento, che condivido, mi appassionano vari suoi esponenti come Bob Dylan, Janis Joplin, Charles Bukowski o Henry Miller. Purtroppo On the road mi ha annoiato fino all’esasperazione e per due volte le interminabili descrizioni che, per me, non apportavano nulla alla storia, hanno creato quell'”incomprensione” che ha interrotto la lettura a metà. 

Chiedi alla polvere è il libro più famoso di John Fante di cui avevo grandi aspettative soprattutto perché è il romanzo che ha fatto innamorare della letteratura uno dei miei autori preferiti, Charles Bukowski. Ho avuto un po’ le stesse sensazioni di quando provai a leggere On the road. In questo caso sono riuscito a concludere il libro che però non mi ha preso. Mi hanno annoiato tanto le digressioni causate dai pensieri di Arturo Baldini mentre se ne va in giro per Los Angeles in cerca di fortuna. Comunque sono curioso di leggere altro di John Fante, forse ci riproverò con Chiedi alla polvere, magari non era un momento della mia vita adeguato per apprezzare il romanzo. Accetto consigli. 

Chiudo con Trainspotting di cui ho amato alla follia la sua trasposizione cinematografica. Devo ammettere che ho visto prima il film, ma di solito la lettura del romanzo non viene mai influenzata dalla versione cinematografica o televisiva. Nel caso di Trainspotting, se da un lato ho trovato spiritosi i personaggi del film, arricchito da una fotografia e una colonna sonora straordinarie, dall’altro le versioni letterarie di quei personaggi le ho trovate moleste e antipatiche, quasi quanto quelli di BEE. Ho letto il peggio del Regno Unito, dove vivo da ormai sei anni, portato secondo me inutilmente all’esasperazione.

E voi? Vorreste segnalare un libro o un autore di cui avevate grandi aspettative considerando i vostri gusti letterari, ma che vi hanno deluso creando dentro di voi una profonda “incomprensione”?

14 commenti

  1. Come ti capisco in mezzo a queste incomprensioni ;). Amo questo tipo di post: ci offrono la possibilità di confrontarci e di tirare fuori qualche sassolino dalla scarpa.
    Allora, con DFW qualche punto d’incontro, seppur a fatica, l’ho trovato. Invece Kerouac, Fante (stessi dubbi tuoi, visto che mi piace Bukowski) e Houellebecq sono stati una fonte di frustrazione e di imprecazioni XD. P.s.

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  2. On the Road l’ho sopportato poco pure io… non capivo cosa ci fosse davvero di bello… – non ho ancora affrontato Easton Ellis con American Psycho, ma ho letto Rules of Attraction, che invece mi ha molto ispirato nel nichilismo!

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  3. Anch’io diffidavo di Infinite Jest, poi a un certo punto mi sono autoconvinta che lo dovevo leggere e ne sono rimasta entusiasta. È un libro paradossale, i personaggi sono paradossali, eppure è talmente realistico! Mi è sembrato che parlasse esattamente di noi, del nostro mondo tanto distorto e malato, accentuandone gli aspetti bizzarri e patologici fino a farli apparire inverosimili: e invece, quanto è verosimile! La dipendenza dalle droghe, la dipendenza da tv e videogiochi, la sterminata produzione di rifiuti, le ossessioni… è proprio di noi che parla, proponendoci una distopia che non è poi tanto diversa dal mondo che abitiamo. E poi è divertente, spiritoso, i protagonisti sono indimenticabili; la stessa scelta (poi malamente imitata da certi autori nostrani) di affidare gran parte della narrazione alle note è geniale: certo, è un libro che richiede un po’ di pazienza, ma a me ha dato moltissimo!

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    • Io credo che in fondo tanti messaggi celati tra quelle frasi complesse io non li ho compresi e per questo ho a tratti sofferto durante la lettura. Preferisco letture più spensierate o perlomeno che mi trasmettano messaggi che si possono estrapolare senza farmi impazzire, come in 1984, ma lì andiamo verso i gusti personali. Grazie per il commento, è interessante sapere altri punti di vista di lettori forti.

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  4. Indubbiamente è un testo impegnativo, ma come dicevo sopra è anche divertente e sa proporre dei personaggi cui viene spontaneo affezionarsi (sebbene non siano dei “buoni”…). Certo, spensierato non è, e comunque ognuno di noi ha modi diversi di fruire le opere letterarie, senza sentirsi in colpa o manchevole se un romanzo acclamatissimo non incontra le sue preferenze!

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